Musica

Intervista al soprano Desirée Rancatore

staff
9 aprile 2012

Ho avuto l’opportunità di intervistare il soprano Desirée Rancatore, una fra le cantanti italiane più apprezzate nel mondo. Nata in una famiglia di musicisti, Desirée ha debuttato a 19 anni al Festival di Salisburgo. Quello che per molti è il punto d’arrivo nella carriera vocale per lei è stato un trampolino di lancio per una carriera sfolgorante. Da allora Desirée non si è più fermata, conquistando pubblico e critica ovunque abbia cantato. Cominciando dai ruoli vocalmente più atletici, come quello della bambola Olympia ne “I racconti di Hoffman” o come la Regina della Notte ne “Il flauto magico”, è poi approdata alle opere di Donizetti e Bellini, suoi compositori prediletti. Famosissime sono le sue interpretazioni di Lucia, Elvira, Adina e  della sventurata Gilda verdiana, di cui Desirée ha appena vestito i panni nell’allestimento del teatro Regio di Torino, che è stato in scena dal 14 al 20 Marzo.

 

Lei ha già cantato il ruolo di Gilda innumerevoli volte in tutto il mondo. È difficile affrontare lo stesso personaggio così a lungo e in allestimenti molto diversi fra loro?
Devo dire che ho la fortuna di scoprire sempre delle cose nuove sia nella partitura che nel modo di vivere il personaggio. Ogni volta che lo riprendo per studiare scopro delle nuove sfaccettature. Questo mi aiuta a non annoiarmi mai, anche se devo dire che poter fare del canto il proprio lavoro è un tale privilegio che sarebbe difficile annoiarsi in ogni caso. Poi è importante andare in scena con entusiasmo, perché se tu sei annoiato il pubblico si annoia a sua volta!

 

Come si studia per apprendere un ruolo operistico, al di là delle prove in teatro?
È un lavoro molto intenso che si fa con se stessi, da soli con lo spartito, con la musica, sia per imparare tutte le note sia per memorizzare le parole. È un lavoro enorme, a cui segue un processo di limatura e perfezionamento che continua anche quando si va in scena. Per questo non è mai monotono riprendere un ruolo!

 

Fra tutti i personaggi che ha  interpretato finora, ce n’è qualcuno per cui ha avuto una predilezione particolare o che, al contrario, non è riuscita completamente a far proprio?
Per fortuna ho sempre avuto la possibilità di scegliere i personaggi: se un ruolo non mi piace normalmente non lo canto. Ad esempio all’inizio ho cantato molto la Regina della Notte e poi ho smesso di cantarlo perché non mi piaceva molto, non lo sentivo proprio mio a pelle, nonostante sia uno dei ruoli più famosi al mondo. Ci sono dei ruoli invece che ho sentito da subito più congeniali alla mia voce, come Amina de “La Sonnambula” o Elvira de “I Puritani”: non appena li ho ascoltati ho pensato che mi fossero cuciti addosso.

 

Il cantante si differenzia dagli altri musicisti in quanto “è” il proprio strumento; uno strumento delicatissimo che risuona in teatro così come nella vita di tutti i giorni. Quanto è importante preservare la voce, conciliando lavoro e quotidianità?
Quando lavoro la disciplina è altissima. Non posso permettermi di andare in locali affollati in cui bisogna gridare per sentirsi. Poi sto attenta a determinati cibi, non bevo alcool: è una vita molto disciplinata!

 

Citando la sua collega Diana Damrau, con cui ha inaugurato la riapertura della Scala nel 2004, “cantare è uno sport estremo”. Quanto è importante per un cantante essere in forma fisicamente?
Molto. Ci vuole una grande energia fisica per cantare tre o quattro ore di opera. Se poi consideriamo che spesso ci viene richiesto di cantare arie molto difficili appesi per aria a 10 metri di altezza o a testa in giù… Questi aspetti del nostro lavoro non vengono presi abbastanza in considerazione.

 

Infatti spesso attorno alla figura dei cantanti d’opera si crea un alone di mistero, che porta le persone a credere che il vostro lavoro si limiti allo stare in palcoscenico la sera…
Quest’idea va smentita una volta per tutte! Noi studiamo molto, il lavoro per portare in scena un ruolo è incredibile. Si studia tutti i giorni fin dalla mattina e ci vuole una grande concentrazione per cantare in teatro. Diciamo che sui cantanti ci sono molti facili pregiudizi, che dovrebbero essere sfatati una volta per tutte. Quella del cantante è una vita di solitudine, di sacrifici, di rinunce, fatte sempre avendo la consapevolezza del proprio privilegio.

 

Fra poco partirà per il Giappone, che è un paese che lei ama molto e dal quale ha avuto molti riconoscimenti. A cosa pensa che sia dovuta la sua profonda sintonia con quel pubblico?
Il pubblico giapponese fin da subito mi ha gratificata, amata, si può dire che mi abbia adottata. Nel 2006, nonostante lì non fossi conosciuta, loro mi hanno accolta e fatto sentire in una grande famiglia. Il pubblico giapponese è speciale, ha una grande cultura operistica e musicale e un profondo amore per l’opera. È un po’ come il pubblico italiano degli anni ’50!
In ogni caso ho trovato un pubblico caloroso in molte occasioni. Quando l’anno scorso ho fatto “L’elisir d’amore” alla Fenice a Venezia, il successo è stato tale che alla prima mi hanno chiesto il bis e alla fine piangevo sul palcoscenico… Io mi commuovo ancora e non mi vergogno di dirlo!

 

In Italia si parla ogni giorno di crisi  della cultura, tagli dei fondi al teatro, alla musica. Quanto si sente effettivamente la crisi per persone che lavorano al suo livello? E’ qualcosa che tocca solo le produzioni più piccole o compromette anche il vostro lavoro?
La crisi c’è e in Italia è così per qualsiasi livello. Noi dobbiamo capire che per mantenere un tessuto culturale non possiamo fare i divi e dobbiamo andare incontro alle gravi problematiche che ci sono, anche perché altrimenti i teatri chiudono.

 

Ha dei suggerimenti da dare a tutti quei giovani che aspirano a una carriera operistica? Quali sono le doti più importanti che bisogna avere?
La voce è un dono, bisogna prima di tutto averla! Poi bisogna coltivarla, studiare bene la tecnica e la respirazione, che è la base di tutto. Si deve avere disciplina e affrontare lo studio con grande serietà, ricordandosi che non si smette mai di studiare. Nel nostro mondo bisogna lottare continuamente. A me non ha mai regalato niente nessuno, mi sono guadagnata tutto con molti sacrifici.

 

È chiaro che per lei la musica ha un valore supremo,  ma che valore ha l’opera lirica? È qualcosa che riesce ancora ad avere un significato per la nostra società?
Io penso che oggi l’opera abbia più valore che mai, perché in tempi di crisi la gente ha bisogno di sognare e di vedere e ascoltare cose belle. L’opera è un mondo magico dove tutto può accadere, non bisogna vederla come qualcosa di noioso o come un genere morto; anzi ultimamente ho notato un pubblico giovane. C’è una nuova generazione che ha riscoperto l’opera lirica!

 

Intervista curata da Eva Marti


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