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Italia agli europei: sogni o incubo

Riccardo Signori
30 maggio 2016

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Ormai contano poco le scelte di Antonio Conte, conta l’Italia. Ed è cominciato il conto alla rovescia per gli europei di calcio.  Al di là dei giochi di parole, che altro servirà per regalare un po’ di leggerezza nel pensare al futuro azzurro? Esordio il 13 giugno a Lione contro il Belgio, poi Svezia(17 giugno) e infine Irlanda (22 giugno). Dieci giorni per il solito sfoglio di margherita: ce la faranno? Non ce la faranno? Ovviamente a passare il turno eliminatorio. In altri tempi il quesito avrebbe trovato risposta scontata nell’ottimismo. Stavolta la stagione e il gruppo azzurro consigliano di mantenere il dubbio. Anche fosse per scaramanzia. Italia da sogno o Italia da incubo? Questo è il problema.

 Va detto che, in condizioni di normalità e ambizione calcistica, bisognerebbe almeno pretendere l’approdo alle semifinali. Poi tutto può succedere. Vero, però, che l’Italia ha vinto una sola volta i campionati europei, e pare di tornare all’epoca delle palafitte: 1968. Vero anche che quattro anni fa è stata sconfitta, seppur brutalmente (4-0), dalla Spagna in finale.

Logica calcistica pretenderebbe che in quattro anni non si sia distrutto tutto. Ma nel mezzo c’è stato un mondiale disastroso, qualche pensionamento importante (Pirlo) qualche attaccante perduto  (Balotelli), qualche infortunio decisivo (Marchisio e Verratti).

L’ultima amichevole con la Scozia non è stata un esempio di ottimismo. Neppur l’urticante ct (se qualcuno non lo frena, sbaglia sempre l’approccio alle domande e ne cava risposte da guanto di sfida in faccia)  è riuscito a mettere la squadra al riparo da facili critiche e perplessità. Che poi devono essere anche sue.

Partiamo dai fattori rassicuranti: difesa sempre solida, quadrilatero di sicurezza interpretato da Buffon, Barzagli, Bonucci e Chiellini. Anche se quest’ultimo è muscolarmente delicato come un cristallo.

Poi si naviga in mare aperto. Le idee del ct non sono particolarmente brillanti nella gestione delle mezzali: Giaccherini e Florenzi sono autentica carta velina, non hanno spessore e personalità di chi gioca in quei ruoli. Restano due interpreti del corridore da fascia laterale dove servono buoni polmoni, magari vivacità e minor personalità.

Questa ricerca, che rischia di restare infruttuosa, di un centrocampo di qualità, si specchia anche nelle mediocrità dell’attacco. Non occorre risfogliare l’album delle nazionali precedenti per regalare a quest’ultima l’oscar delle punte spuntate. O peggio:la palma dei più limitati. Tutta gente che, in altre nazionali nostre, sarebbe rimasta sempre in panchina, forse neppur considerata per la convocazione. E non c’è bisogno di tornare ai paragoni con Gigi Riva o Paolo Rossi. Oggi ci resta il gigantone imbrigliato nelle astruserie tattiche volute da Conte. Per fortuna, di tanto in tanto, Graziano Pellè, il gigante che sognava di fare il ballerino, si ricorda di essere un centravanti e cava un gol come quello segnato alla Scozia, quinto della sua serie in azzurro che ne fa il miglior marcatore dell’era Conte. Basta questo dato ad illustrare una crisi di piedi e teste da gol. Tutta Italia dietro a Pellè, come fosse Pelè.  Ma basterebbe fosse Giggirrriva. Il resto è nei piedi della Provvidenza, se vorrà rendere meno arduo il compito della nazionale.

 Il ct Conte ha ignorato piccoli segnali del campionato, ha regalato il credo ai suoi uomini di fiducia. Non c’era molto da scegliere, soprattutto dopo aver perso Marchisio e Verratti, ma ci poteva stare qualche guizzo di fantasia. Invece questa sarà un’Italia tutta corsa e combattimento. Semmai ci vorrebbe una squadra da contropiede vecchio stile. Dice lo spot: sognare con l’Italia. Che poi sarebbe meglio segnare. In altro caso, se non saranno sogni, saranno incubi.


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