Letteratura

Jack Roland: il George R.R. Martin italiano?

Virginia Francesca Grassi
23 giugno 2013

Un viaggio oscuro nelle lande di confine tra storia e leggenda, in una terra chiamata Domhain. Là dove il fantasy e il gotico si fondono nelle foschie del mistero, corre un levriero rosso come il sangue.
Intrighi politici e segreti sopiti dal tempo, cruente battaglie e inquietanti visioni dal sapore horror, avventure da mozzare il fiato per terra e per mare, ma soprattutto tre protagonisti le cui vite si intrecceranno fatalmente: questi gli ingredienti de “La ballata del levriero rosso – L’albero dei cieli“, esordio del giovane e talentuoso Jack Roland.
Un’avvincente storia di formazione che spiana la via a una nuova saga cavalleresca capace di appassionare e far rimanere col fiato sospeso tutti gli amanti della letteratura di qualità. E se vi sentite un po’ orfani in attesa dell’ultimo capitolo di “Game of thrones” questo è esattamente quello che fa per voi.

Chi è Jack Roland?
Sono laureato in Storia Medievale, ho fatto il giornalista, lo sceneggiatore televisivo e il copywriter. Scrivere e raccontare storie per me è una necessità quasi obbligata.
Jack Roland non è propriamente uno pseudonimo: è il nome di un progetto con un’identità propria. Volevo che il mio libro seguisse un percorso tutto suo ed evitare che divenisse una specie di estensione di me stesso, uno specchio.
Ho scelto il cognome Roland per una voluta citazione della “Chanson de Roland”, che richiama il tema cavalleresco, e del ciclo horror-fantastico de “La torre nera” di Stephen King, il cui protagonista si chiama proprio Roland.

“L’albero dei cieli” è solo il primo volume della tua saga, “La ballata del levriero rosso”. Cominciamo così a conoscere i tuoi personaggi, le loro vicende che si intrecciano, le loro paure, i loro segreti…
Sì, ho cominciato a delineare la storia di una terra da me inventata, la Domhain, con tutti i suoi rivolgimenti politici e i suoi conflitti etnici. L’ho fatto seguendo tre personaggi principali.
Ethan e Véibhinn
sono fratello e sorella, rampolli di una casata nobiliare decaduta che una grande tragedia spingerà violentemente nell’età adulta. L’unico modo che avranno per affermarsi in questa nuova realtà in cui ogni punto di riferimento è andato perduto è la lotta, con un percorso scritto nel sangue. Il terzo protagonista è invece Bèroul, un vecchio dalla vita innaturalmente lunga. Il suo passato è ricco di misteri e di azioni di cui non va fiero, che lo perseguitano con incubi e visioni, e che ha sempre più difficoltà a gestire, soprattutto perché saranno i suoi segreti a tirare le fila del continente. Mi sono voluto distaccare dallo stereotipo del vecchio saggio creando un antieroe tormentato dai dubbi, che si sente imprigionato in un corpo oramai in disfacimento e allo stesso tempo spaventato dal potere che gli viene concesso.

Di solito il genere fantasy descrive i personaggi femminili in maniera piuttosto stereotipata; che siano le tue protagoniste o delle semplici comparse il ruolo delle donne nel romanzo è invece trattato con molta attenzione. Jack Roland è un po’ femminista?
Beh in qualche modo direi di sì! Nel fantasy i personaggi femminili sono spesso delle macchiette, tipicamente “belle e inutili” o degli esseri sovrannaturali dai caratteri angelici quasi petrarcheschi, oppure ancora delle guerriere fortissime ma al contempo estremamente femminili e seducenti.

Quello che volevo all’interno della mia narrazione era invece ridare alle donne dei caratteri reali, che fossero plausibili, anche in un universo che non lo è. Ho cercato di descrivere dei meccanismi psicologici che rispecchiassero il più possibile quelli di una donna vera, sfaccettata nelle sue debolezze, nelle sue passioni, nel suo modo di usare il potere. In particolare mi sembrava importante svincolare il concetto di potere femminile da quello della bellezza fisica. È un messaggio che ho scelto deliberatamente di dare a chi mi leggerà: credo che sia importante oggi in Italia rappresentare le donne per quelle che sono realmente, consapevoli delle loro forze.

Quindi non si tratta esattamente di un fantasy tout court…
Credo che essere incasellati all’interno di un genere sia sempre riduttivo: io faccio fiction, racconto delle storie, cristallizzarsi in uno stereotipo è qualcosa che non mi appartiene. Ne “La ballata del levriero rosso” di certo sono presenti degli elementi fantasy, ma ho voluto spaziare anche nell’horror, nel gotico, nel romanzo storico (dati i miei studi e l’ambientazione dettagliata che ho voluto creare), nel romanzo di formazione. C’è un’educazione ai sentimenti, alla sessualità, al rapporto con l’altro e il diverso. Quello che ho voluto indagare è stata la natura umana e la complessità delle decisioni di ognuno, che è un argomento di portata universale. Non voglio parlare a un solo pubblico, appassionato a un solo genere o dai contorni troppo definiti.

Quali sono allora i modelli che hanno influito sulla tua formazione letteraria?
Moltissimi, sono un lettore abbastanza onnivoro. Sicuramente alcuni grandi autori fantasy, a partire da Tolkien e George R.R. Martin, che ho voluto apertamente citare in alcuni punti. Poi i maestri del gotico e dell’horror, tra cui Edgar Allan Poe, Bram Stoker, H.P.Lovecraft, ma anche Stephen King e Andrzej Sapkowski. Altre influenze, più sottili forse, sono quelle di George Orwell, Jack London, Ernest Hemingway, Cormac McCarthy,  Bernard Cornwell, Ken Follett, e dei saggisti da cui ho tratto la documentazione storica, tra cui Duby e Settia. Tra gli italiani che ho letto negli ultimi anni, sicuramente Alan D. Altieri e Marcello Simoni.

E’ stata dunque tua “formazione tolkieniana” a darti lo spunto per dare al romanzo un’identità linguistica ben precisa?
Tolkien mi ha accompagnato dall’adolescenza fino ad oggi. Lui ha avuto la genialità di creare una lingua sua, coerente con l’universo che ha saputo plasmare: da lì ho avuto l’idea. Alla Domhain ho voluto dare un’identità non solo politica e storica, ma anche linguistica, in quanto è la lingua uno degli aspetti che più contraddistinguono una cultura. Per i toponimi e i nomi propri soprattutto, ho tratto ispirazione dall’inglese antico, dal gallese, dal gaelico, dal latino. Ho utilizzato anche alcune radici tedesche, arabe, finniche, danesi.

Quella di autopubblicarsi è una decisione coraggiosa… come mai questa scelta?
Ho ricevuto delle offerte che non mi hanno soddisfatto e non credo nelle case editrici a pagamento.
Ho invece fiducia nel web e nei social come mezzi di comunicazione capaci di raggiungere un pubblico più vasto e più interattivo. Sono infatti molto interessato ad avere un feedback dai miei lettori, per avere un confronto diretto con loro. Per questo ho voluto creare un sito a cui fare riferimento, http://www.jackroland.it/, dove si possono trovare tutte le informazioni riguardo al progetto.

Il libro è in vendita nel circuito la Feltrinelli e nei maggiori portali di selfpublishing (ilmioilibro.it, Lulu.com); l’ebook può essere acquistato on line su Amazon e altre piattaforme.

Hai già cominciato a scrivere il seguito?
Certo! Sarà un lungo lavoro, di cui ho già un’idea molto precisa. Nel tempo cercherò di lanciare dei feed ai miei lettori attraverso il sito, diciamo per non lasciarli a bocca asciutta per troppo tempo.

C’è un levriero rosso che corre… non ci resta che seguirlo e non farcelo scappare!

Intervista a cura di Virginia Grassi

“La ballata del levriero rosso – L’albero dei cieli” di Jack Roland, pp. 396.


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