Cinema

Kristen Stewart: personal shopper o shopping d’identità?

Michela D'Agata
27 aprile 2017

Maureen (Kristen Stewart) è una personal shopper: il suo lavoro consiste nel fare acquisti disponendo di budget da capogiro per conto di una nota personalità del jet set londinese che non ha tempo – né probabilmente sarebbe in grado – di scegliere i propri vestiti.

Vive quotidianamente un’invisibile schiavitù, appare depressa, eccessivamente magra e terribilmente sola.

Maureen è però anche una medium, cioè comunica con gli spiriti. Condivide questa abilità con il fratello gemello Lewis, da poco deceduto a causa di una malattia cardiaca congenita di cui soffre anche lei. La convinzione di poter creare un contatto con l’aldilà li ha spinti a farsi una promessa: chi di loro fosse morto per prima avrebbe dovuto dare all’altro un segno.

In questa spasmodica ricerca paranormale, tra ectoplasmi e poltergeist, nel tentativo di interiorizzare la perdita subita, Maureen verrà contattata da una presenza, inizialmente scambiata per il gemello, che si scoprirà poi essere uno spirito maligno. L’entità non identificata comunicherà con la ragazza tramite un fitto e persecutorio scambio di SMS, per creare con lei un contatto, i cui scopi non appaiono subito chiari.

Diretto da Olivier Assayas, “Personal shopper” non è l’ennesimo film sul tema della vita dopo la morte, né un horror sul paranormale, bensì piuttosto un’indagine sulla ricerca della propria identità: quello che vorremmo essere e cosa vorremmo fare potrebbe perseguitarci quasi come un fantasma, come un’entità a noi gemella, rappresentando quello che saremmo potuti diventare se non fossimo bloccati dalle paure che riempiono subdolamente le nostre vite.

Ma è solo dopo la battuta finale – di cui non vi sveliamo nulla – che la chiave di lettura della pellicola appare essere questa. Durante il resto della narrazione, la sensazione per lo spettatore è quella di non avere mai la certezza di ciò che stia accadendo, dove si voglia andare a parare e soprattutto del perché.

Nota di merito per chi ama la suspense: il tutto è corredato da una dose di macabri colpi di scena, ansiogeni primi piani, apparizioni spiritiche e passaggi da battiti accelerati che giustamente hanno portato Olivier Assayas a vincere il premio per la Miglior Regia al Festival di Cannes 2016. Vari personaggi secondari ma dimenticabili fanno da sfondo alla vera regina della scena: un’androgina Kristen Stewart che, ben lontana dalle accuse di monoespressività risalenti ai tempi di “Twilight”, dimostra avere la perfetta maturità per il ruolo.


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