Letteratura

La bambina senza nome

Virginia Francesca Grassi
30 giugno 2013

Una storia come questa sembra poter essere uscita solo dalla mente di qualche regista nostalgico di un  Tarzan disneyano o di un romanziere che ha letto troppo Kipling da piccolo.

E invece è la realtà.

Una bambina di appena quattro anni sequestrata e poi abbandonata dai suoi rapitori in fuga nel cuore della giungla. Lasciata a se stessa in un momento delicato come quello della prima infanzia, nello scenario tutt’altro che idilliaco della natura selvaggia più incontaminata, la nostra piccola protagonista verrà adottata da un branco di scimmie cappuccine con le quali vivrà per circa cinque anni.

Adottata da questa nuova “famiglia” imparerà ad arrampicarsi sugli alberi, ad usare il linguaggio degli animali, a riconoscerli uno per uno, a procurarsi acqua e cibo in un ambiente più che inospitale, a guardarsi da tutti i pericoli che la foresta tropicale nasconde, scoprendone però anche le infinite bellezze – una cascata di fiori e un’indigestione di tamarindo velenoso, l’incontro con un grande felino e il canto degli uccelli, i ragni velenosi e gli scherzi dei cuccioli del branco.

Ma il richiamo della specie è sempre più forte: alla ricerca della sua identità, la nostra protagonista senza nome, dopo aver tentato un approccio con una tribù indios, viene trovata da due cacciatori che, al posto di portarla in salvo, la vendono ad un bordello colombiano scambiandola con un pappagallo. Saranno anni difficili, di sofferenze, soprusi e lotta per la sopravvivenza in un ambiente ancor più ostile di quello della giungla.

La storia ha però un lieto fine: dopo essere fuggita ed aver passato anni a vivere di espedienti tra i bambini di strada, riuscirà ad arrivare in Inghilterra, dove ora vive assieme al marito e alle due figlie.

Stentate a crederci? Eppure questa è l’incredibile vicenda di Marina Chapman, oggi casalinga sessantenne di Bradford che dopo anni di silenzio, con l’aiuto della figlia Vanessa James e della scrittrice Lynne Barrett-Lee, ha deciso di raccontare al mondo la sua vita in un romanzo autobiografico. Un mezzo attraverso cui magari riuscirà a ritrovare la sua famiglia d’origine, ma anche un appello ecologista e una dichiarazione d’amore per quella madre e matrigna che è stata per lei la Natura.

“La bambina senza nome”, edito in Italia da Piemme, ha sin da subito suscitato l’interesse dei media internazionali: dopo il libro, pubblicato in 17 paesi, sono stati infatti venduti i diritti cinematografici ed è già in progettazione un documentario.

E se i più scettici rimangono dubbiosi, considerando pura fantasia un mito come quello di Romolo e Remo allevati dalla lupa, la comunità scientifica conferma numerosi episodi nel corso della Storia relativi al ritrovamento di bambini selvaggi, cresciuti con gli animali e poi riportati alla civiltà, proprio come la nostra Marina.

Virginia Grassi

“La bambina sena nome” di Marina Chapman, Lynne Barrett-Lee e Vanessa James, edizioni Piemme, pp. 322.


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