Cinema

La battaglia dei sessi: “Porco maschilista vs femminista dalle gambe pelose”

Michela D'Agata
26 ottobre 2017

Per la regia d Jonathan Dayton e Valerie Faris (“Little Miss Sunshine”, “Ruby Sparks”) il 19 ottobre è approdato nelle sale italiane “La Battaglia dei sessi”, che narra dello storico match che cambiò il volto del tennis americano e non solo.

Siamo nei maschilisti anni ‘70 e le donne sono bistrattate e considerate inferiori agli uomini e per questo vengono pagate molto meno nei premi delle competizioni sportive.

Billie Jean King (Emma Stone), campionessa di tennis all’apice della carriera, non è d’accordo con tutto questo: decide di ribellarsi e di boicottare la federazione americana di tennis dando così vita ad un circuito di tornei di sole donne, una lega professionistica che riunisca le più forti tenniste in circolazione.

Verrà sfidata dal cinquantenne Bobby Riggs (Steve Carell), ex campione di tennis che si auto definisce “il porco maschilista” e che vede questo match non tanto come una scommessa vera e propria (anche perché fermamente convinto di poterla vincere), ma soprattutto come un teatrino mediatico per guadagnare soldi tramite gli sponsor e per mettere in cattiva luce la federazione femminile. Per Billie Jean King invece questa sarà la battaglia della vita e di certo non per i centomila dollari in palio.

Il tema della pellicola è estremamente attuale – si pensi alle battaglie salariali tra uomini e donne proprio nella stessa Hollywood- ma è affrontato in un modo superficiale estendendo quella che era la battaglia per la pari retribuzione nelle competizioni ad una sfida uomo-donna che scade in clichè e stereotipi.  La delicata tematica viene connessa in modo forzato alle vite private dei protagonisti (Billie Jean nel corso del film si scoprirà omosessuale), scivolando così in una generale banalizzazione e in un mancata focalizzazione sia sull’introspezione dei personaggi che sulla tematica centrale vera e propria.

Niente da dire su Emma Stone, occhialuta e quasi irriconoscibile con otto chili di muscoli in più e una caschetto anni 70: brilla in questa parte che molto probabilmente le varrà una nomination agli Oscar. Steve Carell veste invece i panni di un personaggio molto caricaturale, al limite del ridicolo, ma che in realtà non si configura come un vero e proprio antagonista, ma più che altro come una pedina nelle mani del sistema.

Le scene di gioco sono estremamente realistiche e intense, frutto degli allenamenti a cui si sono sottoposti gli attori che hanno davvero imparato a giocare a tennis.

Nonostante le due ore la pellicola scorre velocemente ma uscendo dalla sala è difficile allontanare il pensiero che forse ci si aspettava di più.

 


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