Letteratura

La collina delle farfalle

Marina Petruzio
8 settembre 2013

La collina delle farfalle

L’inquinamento per il nostro pianeta è diventato un problema, il nostro ecosistema non riesce più a difendersi, ad adeguarsi e sta lanciando disperati appelli che nessuno di noi può più ignorare.
Partendo da un evento realmente accaduto nel 2010 in Messico, dove un nubifragio senza precedenti provocò frane ed allagamenti catastrofici nella città di Angangueo – conosciuta per le spettacolari colonie di farfalle monarca, che l’avevano scelta per svernare grazie ad un clima particolarmente favorevole – Barbara Kingsolver nel suo ultimo romanzo “La Collina delle Farfalle”, ci racconta come e quanto le conseguenze biotiche dei cambiamenti climatici causati dall’inquinamento stiano alterando le abitudini di intere specie di animali ed insetti, modificando interi paesaggi e siti con conseguenze disastrose anche per l’uomo. Particolare attenzione viene riservata al comportamento aberrante delle farfalle monarca.
Realtà e finzione, in cui ancora una volta la descrizione della dinamiche della vita nelle aree più economicamente depresse d’America trova un posto di favore.
Siamo a Feathertown, nel Tennessee, dove non è un caso che le donne saltino la loro adolescenza a causa di una gravidanza non programmata ma accaduta prima della fine della scuola, dove un matrimonio riparatore traccia i confini di una vita, dove i sogni ad occhi aperti sono “l’unica via di fuga da una routine che sa di pipì e purea di banane”.
Dove pungersi un dito e rimanere a guardare il sangue che sbuca dalla pelle può essere un sistema per sapere che sei ancora viva.
Dove la vita degli uomini è scandita dalla stagionalità dei campi e dalla vita nei ranch, da partite di football in televisione, lavori occasionali e mal retribuiti, quando la terra si prende il suo tempo per riposare ed il bestiame è custodito nelle stalle. Sono i bifolchi del Sud, acquistano cibo pattumiera preconfezionato, birra e Coca-cola nei discount a basso costo, si vestono nei negozi “second hand” e sono lontani, soprattutto per motivi economici, dalle forme più comuni di tecnologia.

Dellarobia, un marito indolente sposato prima della fine della scuola, due figli per i quali ha dovuto rinunciare al college ed una vita nella quale non si riconosce più, a ventisette anni sta cercando una via d’uscita, un punto di rottura. Un modo per sentirsi ancora donna e non solo madre o moglie, per sentire di valere ancora qualcosa per qualcuno e per sé stessi.
Ed una scappatella, vestirsi e truccarsi per qualcuno, gettare la propria reputazione per un ragazzo giovane ma che la fa sentire importante, sembra in quel momento la sola via possibile.
Il presagio di una catastrofe, di un incidente, di un qualcosa che intervenga a modificare l’ordinario si ha sin dalle prime pagine del romanzo. Potrebbe essere un adulterio, appunto, consumato nel casotto sulla collina; un bimbo caduto in un dirupo o ferito in un incidente domestico. E invece sarà un fuoco di ali arancioni che incendia la foresta all’improvviso, inannunciato spettacolo mozzafiato, quasi una visione – milioni di farfalle Monarca che si ammassano a grappoli tutte nello stesso posto.

“Pecrhé sono venute su questa montagna? Prima non erano mai venute qui…Forse dovremmo cominciare a preoccuparci.”

Il bellissimo racconto sulla vita delle farfalle monarca, sul loro particolare colore, l’arancione, che le rende molto visibili ai predatori che riconoscendole non le cacciano in quanto, nutrendosi esclusivamente di una pianta velenosa, l’Asclepiade, diventano velenose loro stesse e poco gradevoli di sapore; sulla loro particolare condotta di volo (“Flight Behaviour, il titolo originale) che le rende protagoniste di una singolare ed unica migrazione in tre tappe di oltre 5.000 km, unici insetti in grado di coprire distanze così lunghe – sorvolando perfino l’Oceano! – alla ricerca di climi più consoni. Le monarca non sono in grado di scaldarsi ed il freddo le paralizza: occorre che prima dell’autunno prendano il volo durante il quale, nella prima tappa, le femmine procreeranno morendo subito dopo senza mai vedere i loro figli e solo la terza generazione arriverà a svernare in Messico.
Il bellissimo racconto, dicevo, affascina ed incuriosisce: le pagine volano anch’esse, toccando temi sui quali l’autrice vuole porre l’accento per portarci a riflettere, per fare in modo che tutto questo ci riguardi un po’ di più, per cominciare a porci delle domande.
Sul disboscamento come conseguenza delle variazioni climatiche e di fenomeni atmosferici sempre più violenti, capaci di influenzare i percorsi migratori;
sull’aumento del carbonio nell’atmosfera come conseguenza prima dell’inquinamento globale;
sull’organizzazione 350 org come fonte di informazione sul problema;
su tutte le persone che, con pochissimi mezzi ed a volte con iniziative curiose, compiono lunghi viaggi e vivono in condizioni disagiate solo per portare agli occhi di tutti il problema;
sul ruolo dei social network nel passaparola per la raccolta di materiale o di volontari;
sull’aumento dei parassiti;
sull’uso-abuso dei pesticidi e diserbanti.
Del ruolo di giornalisti prezzolati asserviti agli sponsor ed all’opinione di un particolare pubblico. Spregiudicati a caccia di notizie che pur di trovare del sensazionale sono disposti a modificare la notizia senza mai arrivare alla fonte sicura, diretta – perchè quando si parla di inquinamento o di specie che rischiano l’estinzione in modo anomalo sarebbe la scienza a dover essere interpellata, con l’intervento di ricercatori, biologi, esperti del settore. Ma al contrario si preferisce condire la notizia con fenomeni mistici o a sfondo sessuale, senza arrivare mai a parlare con gli scienziati: “L’ambiente non basta per attirare l’attenzione del pubblico. Per cui le notizie relative all’ambiente devono essere condite in qualche altro modo. E un pizzico di sesso è la cosa ideale. Aiuta a vendere.”

“…eppure il pianeta è in fiamme e le isole sprofondano in mare…”

Nonostante le accuse ed i temi trattati il messaggio finale è di grande speranza: “La scienza è un viaggio senza fine non un traguardo definitivo”. Lo studio di scenari poco incoraggianti porta ad auspicare metodologie nuove che hanno bisogno di animi sensibili, di un’educazione in formazione e di una naturale comunione con la natura. Tutte cose che trovano nei bambini i loro interlocutori migliori.
La scienza deve trovare parole adeguate per essere spiegata ai bambini che naturalmente hanno, già alla nascita, un piede nel futuro; deve essere portata a scuola fin dalla più tenera infanzia, con l’educazione ad abitudini quotidiane più sane per il nostro pianeta, piccoli gesti di grande utilità.
I bambini come fondamentali e futuri custodi della nostra Terra.
La scuola, lo studio personale, l’educazione, come veicoli di rivalutazione di sé stessi ed elemento dinamico della propria vita.

E se il romanzo comincia con il presupposto di una scappatella di poco valore, sarà invece l’avvenente scienziato Ovid Byron a ridare una possibilità a Dellarobia, a farle trovare una strada per spiccare realmente il volo verso qualcosa di positivo e costruttivo per la sua vita e per quella dei suoi figli. Il racconto di alcune metodologie di ricerca, le spiegazioni di causa ed effetto ne fanno un romanzo profondo e prezioso, mai banale e piacevolissimo alla lettura.

Marina Petruzio

“La Collina delle Farfalle” di Barbara Kingsolver, Neri Pozza, pp. 448.


Potrebbe interessarti anche