Cinema

La Disney vola su Marte

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16 marzo 2012

John Carter (Taylor Kitsch), veterano sudista della guerra di secessione americana, fuggendo dagli indiani e dall’esercito statunitense si trova di fronte ad un tizio misterioso: lo uccide e viene improvvisamente teletrasportato su Marte. Qui la diversa gravità gli conferisce forza e agilità superiori rispetto a tutte le specie del pianeta, e a causa delle sue nuove doti John viene coinvolto nelle lotte tra due comunità di marziani (simili ad umani) in guerra tra loro e una razza autoctona chiamata Tharks, strani alieni verdi con quattro braccia. Si troverà infine a combattere con la principessa del regno di Helium, Dejah Thoris (Lynn Collins).
L’eroe di queste avventure, protagonista del “Ciclo di Marte”, è nato nel 1912 dalla penna di Edgar R. Burroughs, ma al cinema non ha mai avuto la stessa fortuna del suo “fratello maggiore” Tarzan, le cui storie hanno ispirato circa 89 film. Questo è invece il primo lungometraggio che racconta la storia di John Carter (senza contare il film per dvd del 2009 “Princess of Mars” con Antonio Sabato Jr.), senz’altro destinato a promuovere un prossimo franchising.
Il film è stato diretto da Andrew Stanton, direttamente dal mondo Pixar di “A Bug’s Life”, “Alla ricerca di Nemo” e “Wall-E”, tutti film con trame ben strutturate e personaggi che entrano nel cuore degli spettatori; proprio per questo è logico aspettarsi qualcosa in più da “John Carter”. Le sequenze d’azione sono essenzialmente ben eseguite, ma un po’ tutte uguali, forse per colpa della computer grafica. La pellicola rispetta comunque a pieno quelle che sono le tracce letterarie originali, a partire dal fatto che la storia sia raccontata da un giovane Burroughs che legge i diari dello zio. L’attenzione ricade poi su quei personaggi davvero credibili ed emozionanti, le creature marziane nate dal computer: merito della tecnica di motion-capture che imprime con grande resa le doti recitative degli interpreti in carne ed ossa (attori come Willem Dafoe, Samantha Morton e Thomas H. Church), o forse più semplicemente il regista si è sentito più a suo agio con le tecnologie binarie che non con le interazioni live-action.
Resta il fatto certo che la Disney ha investito molto su “John Carter”, tanto che per sostenere il franchise che gli studios hanno in mente serviranno ben più che i semplici fedeli della serie letteraria.

 

Giorgio Raulli


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