Cinema

La favola (vera) di Joy

Giorgio Raulli
28 gennaio 2016

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1989. Joy (Jennifer Lawrence), giovane donna che vive con i suoi due bambini, la madre (Virginia Madsen), la nonna (Diane Ladd) e l’ex-marito Tony (Edgar Ramirez), è un’impiegata per una compagnia aerea, piena di sogni e debiti. Al turbolento quadro familiare si aggiungono il padre (Robert De Niro), divorziato, e l’acida sorellastra Peggy (Elisabeth Rohm). Da sempre spinta dalla nonna a perseguire le sue idee, Joy decide di realizzare una delle sue tante invenzioni, un mocio auto-strizzante: aiutata dalla famiglia, dall’amica Jackie (Dascha Polanco, vista in Orange Is The New Black) e finanziariamente dalla nuova fidanzata del padre, una ricca vedova (Isabella Rossellini), inizierà la realizzazione di una serie di scopettoni da sottopore a vari clienti; tra tanti fallimenti si dimostra interessato il canale di televendite QVC, in particolare un suo manager (Bradley Cooper). Ma le tribolazioni di Joy non finiscono qui.

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Il regista David O. Russell richiama i suoi fidati moschettieri (Lawrence, De Niro e Cooper) dopo aver lavorato con loro già in due film di successo, Il lato positivo e American Hustle; questa volta Joy si ispira alla vita di Joy Mangano, inventrice del “Miracle Mop”, e non solo, divenuta volto noto delle televendite in America e grande imprenditrice. Un classico film sul sogno americano, condito da una certa atmosfera fiabesca, in particolare nel prologo della pellicola, che avrebbe tutte le carte per conquistare ampiamente il pubblico.

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Tuttavia è indubbio che Joy farà molto discutere, proprio perché è un film con due anime: da una parte si pone come un’avvincente racconto di rivalsa sulle avversità (nonostante certe scelte un po’ forzate nella narrazione), dall’altra invece sembra la semplice storia, con qualche spolverata di marketing, della realizzazione di un mocio, nonostante il carisma e i buoni sentimenti che si percepiscono dai personaggi, in particolare dalla protagonista. Il rischio corso da Russell è stato di voler rendere una storia come tante (perchè per quanto speciale sia la vicenda della Mangano, cinematograficamente parlando non c’è molto di nuovo) una fiaba, una favola con tanto di morale.

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Le premesse della prima mezz’ora risultano confusionarie piuttosto che argute e divertenti; inoltre, se il parallelo tra la vita caotica di Joy e la soap-opera anni ’80, di cui la madre della protagonista è dipendente, è uno spunto interessante, d’altra parte l’idea viene buttata un po’ a casaccio nel marasma iniziale e nell’incoscio della protagonista, nei suoi incubi, senza poi svilupparla davvero. E anche quando la storia inizia ad essere avvincente davvero, quando la Mangano inizia a muoversi nel mondo delle vendite, dialoghi e montaggio non riescono a dare spessore vero alla narrazione. Joy è nelle sale italiane a partire dal 28 gennaio, e la bravura della Lawrence le è valsa la candidatura agli Oscar 2016 per la Miglior attrice protagonista.


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