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Letteratura

La felicità araba: intervista a Shady Hamadi

Maria Stella Gariboldi
16 giugno 2013

Il 15 marzo 2011 ha segnato l’inizio della rivoluzione siriana. A seguito della repressione compiuta dal regime il paese è precipitato in una guerra logorante, dove circa novantamila persone hanno perso la vita, mentre quella di molte altre è cambiata irrimediabilmente.
Italiano, figlio di un dissidente siriano torturato ed esiliato dal regime di Assad, Shady Hamadi a soli ventiquattro anni è già una delle voci più vivaci (e autorevoli) per quanto riguarda la situazione siriana, e dall’Italia si attiva per dare voce alle siriane e ai siriani, raccontare le loro condizioni drammatiche ma anche l’estrema vitalità con cui stanno animando la rivoluzione.

“La felicità araba” è l’ultimo libro di Shady, edito da ADD editore con il patrocinio di Amnesty International e una prefazione di Dario Fo: storia personale che si intreccia alle vicende della rivoluzione, le racconta e le illumina. Ne abbiamo parlato con lui.

1) Sei nato e cresciuto in Italia, ma le tue origini paterne sono siriane. Cosa è cambiato nel tuo rapporto con la Siria dopo lo scoppio della rivoluzione?
Mi sono legato ancora di più alle sorti di questo paese. Lo sto scoprendo giorno dopo giorno ancora. Sto acquisendo una sorta di consapevolezza del passato e credo che quello che sta accadendo avrà ripercussioni su di me, in quello che scrivo e penso.

2) Come mai hai deciso di affidare il tuo messaggio a un libro? A leggere le tue parole, si avverte con forza la necessità di sopperire ad altre carenze mediatiche…

Era un dovere farlo per far conoscere la storia della Siria, quella che in pochissimi conoscono. C’è stata, fin dall’inizio degli avvenimenti, una mancanza di conoscenza della storia contemporanea e della società siriana. Siamo abituati, almeno qui in Italia, a raccontare la storia degli arabi senza parlare con loro o leggere i loro scritti. Ho voluto mandare un segnale: parlate con noi. Questo libro vuole essere uno strumento di conoscenza per svegliare quell’opinione pubblica che ignora, volutamente o no, quello che avviene in Siria. Un’altra motivazione che mi ha portato a scriverlo era che dovevo “alleggerirmi” del mio passato, raccontando il mio dolore, quello dal quale sono nato e dal quale un’intera generazione ha radici.

3) L’immagine della Siria che ci è stata proposta dai media negli ultimi due anni è quella di uno scenario violento, ma nel tuo libro dai molto rilievo ai movimenti pacifisti della rivoluzione. Che peso hanno (o hanno avuto) e chi vi partecipa?

Non è mai stata data importanza ai pacifisti siriani. Oggi vedo quello che accade in Turchia e di quanto vengo raccontati i pacifisti turchi. In Siria hanno fatto lo stesso, anzi, di più! Migliaia di ragazzi sono scesi nelle strade a Homs, Banyas, a Daraya a manifestare pacificamente con le rose in mano di fronte all’esercito e sono stati massacrati. Perchè non è stato raccontato questo atto eroico? Perché nessuno sa chi è Ghayath Mattar? Perchè non è stato considerato straordinario quando a Homs migliaia di Giovani sono andati nella piazza dell’orologio a ballare la dabke e a cantare slogan contro il regime? Ecco, a loro, al loro sacrificio sottaciuto e non narrato dai media occidentali io voglio dare il giusto spazio. Il ruolo dei pacifisti siriani sarà centrale nella Siria del domani. Loro aiuteranno la società a dialogare e a ristrutturarsi. Saranno le giovani come Rima Dali, che qualche mese fa si vestì da sposa e andò in un mercato di Damasco con dei cartelli con scritto “siamo tutti siriani”, a costruire la speranza. E’ difficile, ma non serve a nulla continuare a ripetercelo per cambiare serve l’aiuto di tutti.

4) Cosa ti auguri per il futuro della Siria? Una “felicità araba” è possibile?

Per il presente mi auguro che la comunità internazionale riconosca il diritto all’auto difesa che i siriani chiedono e che, davvero, Assad venga isolato e processato insieme a altre centinaia di persone per aver massacrato il suo popolo. Auspico che nel futuro la transizione in Siria sia il meno cruenta possibile. In quanto alla Felicità araba, sì, è possibile ne sono certo. Gli arabi si stanno emancipando dall’Occidente. Per la prima volta nella loro storia scelgono liberamente i loro governi, manifestano, scioperano e si confrontano. Questo è l’ultimatum che ci arriva dalla sponda sud del mediterraneo: riconoscimento dell’altro, o resteremo indietro.

Intervista curata da Maria Stella Gariboldi

“La felicità araba. Storia della mia famiglia e della rivoluzione siriana” di Shady Hamadi, ADD edizioni, pp.256


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