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Cinema

La fine del mondo, da Smith & figlio

Giorgio Raulli
14 giugno 2013

“After Earth – Dopo la fine del mondo” si presenta come un discusso prodotto cinematografico ancor prima che le luci in sala si spengano: il soggetto è di Will Smith, che interpreta uno dei protagonisti, l’altro attore è invece suo figlio Jaden, contando sulla produzione della moglie Jada Pinkett Smith e del fratello di lei, Caleeb Pinkett. Difficile non convincersi che i signori Smith abbiano voluto imbastire un bel circo delle attrazioni per il caro piccolo Jaden.

La storia è ambientata moltissimi anni dopo che il nostro pianeta è stato sconvolto da infiniti cataclismi; Nova Prime è diventata la nuova casa degli umani, dopo che tutti hanno dovuto abbandonare la Terra. Il generale Cypher Raige (Will Smith) torna dalla sua famiglia dopo una lunga missione, e finalmente può far da padre al figlio tredicenne Kitai (Jaden Smith). Quando però un’avaria danneggia l’astronave su cui si trovano Cypher e Kitai, finiscono unici superstiti di un atterraggio di fortuna sul pianeta Terra: il giovane Kitai dovrà attraversare territori sconosciuti e pericolosi per recuperare il dispositivo di segnalazione d’emergenza, lasciando suo padre gravemente ferito nella navicella.

Il regista M. Night Shyamalan questa volta ha toppato, dando fiducia ad una storia non sua (contrariamente a quanto era solito fare in una prima fase della sua carriera); il film vive su una sceneggiatura per nulla convincente nonostante segua tutte le fasi narrative tipiche delle trame sul legame padre-figlio. Il tono sbrigativo che si percepisce in molti aspetti fantascientifici tradisce che il soggetto di Will Smith sia più interessato alla natura sociologica della storia piuttosto che alle cause agenti e agli effetti provocati dalla nuova realtà su Nova Prime e sulla appena accennata guerra contro alieni non meglio precisati.

Altro aspetto fondamentale nella storia riguarda la paura e come il non provarla sia il solo modo per rendersi invisibili a pericolose creature aliene: «Il pericolo è reale, la paura è una scelta» è il duro (e molto discutibile) insegnamento del generale Cypher a suo figlio, servendosi di una filosofia alquanto spicciola per imbastire un film sulla crescita di un ragazzino che ha ritrovato suo padre. Insomma, qui non c’è nulla di fantascienza o drammaticità. Visivamente impeccabile, la pellicola stupisce con immagini, luci e colori sapientemente gestiti, ma, come per “Avatar”, non basta un effetto speciale o il 3D per rendere bello un film.
Il difetto più grave sta quindi nell’impossibilità di sentirsi coinvolti ed empatici con i protagonisti, anche per colpa di un Will Smith stranamente incapace di mostrare due espressioni l’una diversa dall’altra. Il figlio Jaden, che non è certo privo di talento, non può però ancora portare da solo il peso di un intero film. 130 milioni di dollari per un film insipido.

Giorgio Raulli


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