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La Gomera

Carla Diamanti
5 maggio 2016

160505 Cartolina

Poi c’è anche il mare. Poi, però.  Quello che ti colpisce subito, quando arrivi e la guardi dall’alto con la fronte appiccicata all’oblò, è che Gomera assomiglia a un sasso rotondo che galleggia sull’oceano Atlantico in mezzo alle Canarie. Se fosse un dolce sarebbe uno spumone di meringa al gusto di nocciola, visto il colore. Una meringa solcata da gole che dalla costa convergono tutte verso il cuore. L’oblò uniforma anche l’aspetto e cancella le particolarità: da quassù non immagino la ricchezza. E la bellezza. Quando comincio a esplorare l’isola, perdendomi lungo le strade tortuose che seguono quelle gole e che mi incantano per l’asprezza, per l’assoluto, per i colori che invece nascondono, scopro un universo. Verde, soprattutto. Quelle gole che puntano al cuore portano in un parco nazionale, Garajonay, dove sopravvive l’ultima delle foreste di laurisilva che nel passato remoto ricoprivano le terre del Mediterraneo. Che emozione!


“Ma perché proprio qui?”, chiedo a chi mi accompagna, divertito delle mie reazioni e della mia sorpresa. Pare che sia merito della lluvia horizontal, cioè della pioggia orizzontale. Sono i venti dell’oceano che giocano con le gocce e che le portano fuori dalla loro traiettoria consueta, trasformandole in un velo d’acqua persistente che garantisce al centro dell’isola l’umidità giusta per nutrire la foresta. Ci si arriva seguendo un sentiero da trekking, l’unica vera alternativa alle poche strade che partono dalla costa come raggi di una ruota e che si addentrano verso il cuore. Ogni tanto si aprono su scorci di mare mozzafiato. Una calamita per gli occhi che poi, quando si staccano dalle acque turchese e smeraldo continuano a spalancarsi sulla natura selvaggia e mutevole, sui fianchi aspri e deserti, sui terrazzamenti e sulle oasi lussureggianti con un mare di palme (scopro che il loro nettare, che si chiama “miele” è ottimo e corroborante), piante grasse e fiori tropicali. Lontano dal parco, davanti alle coste della Valle Gran Rey, canne di roccia si conficcano nel mare, cambiando ancora scenario. Pare che fosse il paradiso degli hippy, che negli anni Settanta ne avevano fatto la Katmandhu europea. Qualcuno suona ancora, e balla di sera sulla spiaggia, giusto per evocare l’atmosfera del passato. Non sono in tanti a venire da queste parti. Lo fanno quelli che amano il silenzio, le camminate, la natura. Un privilegio, scoprire questo angolo di roccia nell’oceano.

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