Cinema

“La grande abbuffata” (1973) di Marco Ferreri

staff
23 settembre 2011


Si dice che un film, per essere buono, deve essere sintetizzabile in meno di ventiquattro parole , la trame de “La grande abbuffata” si può riassumere in tredici: quattro amici benestanti si riuniscono in una villa per mangiare fino alla morte.
Pochi film incarnano la definizione di grottesco come “La grande abbuffata” di Marco Ferreri.
La forza di quest’opera sta nella forte matrice classica che possiamo notare a partire dalla sua struttura: infatti, salvo il prologo dove vengono introdotti i personaggi, tutta l’azione è ambientata in una villa fuori Parigi, rispettando l’unità di luogo e di tempo aristotelica.
L’abbondanza, la fantasia e la varietà dei piatti che vediamo nei banchetti senza dubbio strizzano l’occhio alla cena di Trimalcione dal “Satyricon” di Petronio (o meglio ancora di Fellini); ma se di norma il banchetto e la grande quantità di vivande vengono associati ad un’immagine vitalistica e gioiosa, di festeggiamento e celebrazione, qui l’associazione cibo/vita viene completamente ribaltata.
I protagonisti della grande abbuffata non mangiano per fame, mangiano per una funesta pulsione di morte, un rituale macabro, un suicidio collettivo, come ricorda Ugo Tognazzi a Michel Piccoli in una scena del film: “Mangia! Perché se non mangi non puoi morire!” .
Il cast è un gran punto di forza di questo film. La pellicola non sarebbe nemmeno esistita senza Mastroianni, Tognazzi, Noiret e Piccoli, non a caso i personaggi conservano il nome di battesimo degli attori che li impersonano. La grande abilità di questi interpreti è indispensabile al non facile compito di dare una sorta di dimensione reale e tridimensionale alle maschere grottesche che impersonano.
L’ordine del grottesco è perfettamente rappresentato nel modo in cui i protagonisti scelgono di suicidarsi: ingerendo cibo a dismisura, saturando il corpo distruggendolo dall’interno fino a renderlo qualcosa di gonfio, arrancante che si riempie fino alla flatulenza, all’indigestione, al collasso.
Perfino l’atto sessule, l’orgia che i protagonisti intrattengono con le prostitute e con la maestra di scuola è un rituale macabro, meccanico, svuotato di qual si voglia significato: sesso e cibo, cibo e sesso nel film di Ferreri sono portatori di un alone di morte. L’ ingozzarsi compulsivo non è solo l’estrema espressione della disperazione dei quattro uomini, ma è una metafora dell’ossessione di un’intera società.
La scena finale (dove vediamo i pezzi di carne abbandonati nel giardino, incastrati negli alberi, quasi a formare una natura morta, con una muta di cani che si avvicina) mostra allo spettatore, con la potenza che solo le immagini sanno dare, il punto finale, il picco di quella pulsione di morte, che dietro il cibo e gli eccessi, è il vero leitmotiv di tutto il film.
Insomma, quelle ultime immagini sono le più efficaci ed eloquente riflessioni che il film stesso possa avere.

 

Giustino De Blasio


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