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La mantella tra nostalgie e trasgressioni

Marisa Gorza
19 novembre 2012


Cappa, domino, mantella, pellegrina, postiglione, tabarro… ma quanti nomi ha quel protettivo, avvolgente e misterioso capo a ruota? Romantico, eroico, di indubbio allure, ha anche un’anima picaresca e birbona. L’immaginario vaga da un Casanova che sparisce nottetempo nelle calli veneziane al  poeta che dialoga con la luna, fino al  Passatore, il brigante descritto “cortese” dal Pascoli. Forse proprio perché, come gli altri evocati,  della venusta mantella aveva fatto la sua divisa. Tra gli elogi alla gran ruota in panno a caduta libera, c’è quello di Giorgio Torelli che ne riassume lo spirito popolare: “…lo scaltro pollaiolo bussava all’uscio posteriore di casa nostra per recapitare le uova fresche. E intanto tentava di tirar dentro il tabarro la  procace servente”.
Senz’altro comodo e versatile il tabarro ha il suo antenato nel mantello con cappuccio dei romani,  portato sopra la veste sia dagli  uomini che dalle  matrone. Facendo un salto in avanti nella storia, pare sia stato indossato anche da Carlo Magno, chiuso, durante le occasioni ufficiali, da una fibula d’oro. L’indumento veniva usato soprattutto in inverno, per ripararsi dal vento e dal gelo, necessità primaria nei tempi rudi e bui del Medioevo. Semplice e senza dettagli raffinati, bisognerà aspettare il Rinascimento e i secoli successivi per vederlo assurgere a capo status di patrizi e ricchi mercanti, specialmente nel ricercato Settecento. Periodo in cui l’indumento, prettamente maschile, conquista anche le dame, grazie ai morbidi panneggi che aggiungevano ulteriore grazia alla figura. E poi via con il secolo del Romanticismo,   quando nella storia e nella narrativa, personaggi  intabarrati sono spesso i  protagonisti delle vicende. Nel Novecento la mantella, o simile, scompare dalle città, soppiantata dal cappotto. Rimane largamente diffusa nelle campagne  e nei piccoli centri sulle spalle di tutti, notabili e contadini, fino almeno agli anni ’50. Tuttavia la sua epopea è ancora oggi viva nella memoria in tutta Europa.

Ora ci pensa la Moda, specchio dei tempi, a riflettere il desiderio di  rassicuranti e confortevoli tradizioni, tant’è che la mantella riappare, pronta a regalare un caldo, intrigante inverno.  A chi? A sognatori, nostalgici, trasgressivi, conservatori e anticonformisti…

Un nuovo/antico modo di scaldare l’inverno

Comincia il duo Dolce & Gabbana con lo spolvero, aggiornato  da tocchi moderni, della mantella campagnola che, nel Regno delle Due Sicilie, veniva chiamata “Tistiera”. In un caldo panno cardato,  ha quell’aria disinvolta e vissuta che rincuora. Oltre allo spontaneo garbo della gente del contado siculo evoca pure l’eleganza un po’ fastosa  del Principe di Salina, specialmente quando gronda di fregi dorati.
Di sicuro è più per una nobildonna che per una bella popolana la versione femminile della mantella, proposta dall’inconfondibile duo. Di un profondo nero,  spesso affastellata di ricami barocchi e particolari ricercati. Tuttavia, grazie alla gioiosa ironia, non indulge sulle nostalgie e troppi indizi di costume. Di fatto la cappa risulta disinvolta e pratica da far girare sulle tenute da giorno come sulle scintillanti toilette dell’oltre mezzanotte. Un modo antico/nuovo di scaldare l’inverno e la vita.

Colore energetico
Cappa come colore energetico o come sagoma fluttuante, uno dei must della stagione. Silhouette morbida, ma decisa, per il modello in lana pregiata suggerito da 22Maggio by Maria Grazia Severi, acceso da tinte fluo come il China blue, il fucsia e il rosso fiamma. Larghe fenditure per il movimento delle braccia, grandi tasche, originale abbottonatura doppiopetto, più preziosi dettagli in velluto e pelliccia la rendono perfetta per una donna dinamica che si muove con disinvoltura e glamour nella giungla cittadina. Da mane a sera.

Blues dandy rocker
Decisamente dandy, l’uomo che veste Roberto Cavalli, è piuttosto eccentrico tanto da sfoggiare un ampio tabarro affastellato dall’inconfutabile macula  tigrata della maison. Trasformata però nel texture del cashmere nero e blu copiativo. Rovesciando le consuetudini sartoriali europee, l’ispirazione potrebbe arrivare pure dal burnus dei Tuareg con il quale i misteriosi Uomini Blu si riparano dal vento del deserto. Evoluto poi dalla palette, composta da toni e note della… musica blues, in un opulento mantello da divo del rock.

Rigore romantico
C’è qualcosa di mitteleuropeo nelle proposte della stagione del freddo di Emporio Armani, cioè un certo rigore pur stemperato nell’attitudine romantica.  Insieme a  tanta voglia di recuperare i capi corposi e rassicuranti della tradizione, comprese le caban in triplo panno e la mantellina in flanella antracite, con tanto di cappuccio,  che sovrasta ogni tipo di giacca e overcoat. Uno stile emozionante e genuino che richiama alla memoria  le tenute di  certi eroi dei romanzi, come “L’amante di Lady Chatterley”, sì proprio Mellors, l’appassionato guardiacaccia, maschio e forte quanto basta per essere un’icona di riferimento anche per i giovani d’oggi.

Una mantella… storica

Ed è pensando a Nazario Sauro, eroe di Capodistria, che Sandro Zara titolare del noto Tabarrificio Veneto, ha riprodotto tale e quale l’avvolgente tabarro con cui il prode militare è raffigurato anche nel monumento che sorge a Trieste. Non è certo nuovo Sandro Zara ai recuperi storici e alla salvaguardia della cultura artigianale della laguna e dintorni e questa volta l’occasione è stata buona anche per incontrare il nipote, il contrammiraglio  Romano Sauro, fiero di indossare un’ ampia mantella del tutto fedele a quella usata dal nonno, al quale ha  dedicato un libro. Senza gradi e mostrine, ma nell’identico, confortevole panno.

Marisa Gorza


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