Il mio punto di vista

La mia Londra? Tra Sir Elton John e Roman Polanski

staff
30 maggio 2012

Il mito che Londra ha rappresentato nella mia vita è sicuramente legato alle canzoni di Elton John. All’inizio degli anni Settanta la mia generazione perfezionava il suo inglese sulle note di “Crocodile Rock” e “Daniel”, e ovviamente sognando Carnaby Street. Le grandi fantasie di tutte noi teenager, figlie dei favolosi anni Sessanta e testimoni  dei pesanti anni Settanta, si davano appuntamento in quella celebratissima strada che, piccola e stretta nella realtà, a noi appariva la “wide and winding road” dell’omonima canzone.
Carnaby Street, l’idillio e l’ambizione, popolava i nostri desideri di adolescenti; era – per prendere in prestito un’espressione comparsa solo tempo dopo, ma che si rivela decisamente calzante – l’ombelico del nostro mondo. Conoscevamo la sua magica atmosfera: i suoi colori, le indimenticabili magliette con la possibilità di stampare la nostra foto e il nostro nome, quei negozi unici che Elio Fiorucci, con il suo genio inimitabile, stava allora riproducendo nella nostra triste e grigia Milano. Sapevamo tutto di Mike Jagger, della splendida Bianca, di Nigel Olsson, di Marienne Faithful e di tutte le icone che animavano quegli anni ruggenti e magnifici, teatro di spensieratezza e rivoluzioni prima che venissero indegnamente rovinati dalla stagione del terrorismo e dei sequestri.
In un altro momento della mia vita, non più ragazza ma già donna, ho incontrato invece una Londra diversa: erano i mitici anni Ottanta, e forse la nostra Milano era allora più sfavillante e viva della stessa capitale britannica. L’ho raggiunta a bordo di uno splendido private, i cui sedili profumavano della vera pelle di un tempo e, una volta sul suolo inglese, mi sono ritrovata catapultata in una realtà hollywoodiana varcando i cancelli della favolosa Old Barn, magione un tempo non molto lontano si proprietà del dissacrante Roman Polanski, e poi acquistata da una notissima famiglia italiana.
Era novembre, ricordo ancora che la neve ricopriva le cinque splendide Rolls Royce parcheggiate all’esterno con una nonchalance direi mai vista. Quasi magicamente varcai la soglia di questa residenza incantevole, per ritrovarmi in un salotto degno di Edgar Allan Poe: gli interni fucsia e neri si abbinavano perfettamente all’esterno, dove nell’acqua di una piscina si specchiava un avveniristico lato b; il tutto elegantemente arredato con tradizionali fireplaces e mobili vittoriani, of course. Non vi stupirete allora, se vi confesso che durante la settimana del mio soggiorno in questa incredibile dimora, ho sofferto qualche sogno inquietante.
Le giornate e le serate londinesi erano caratterizzate da cene nei ristoranti più trendy dell’epoca e da gite spensierate nell’affascinante campagna inglese. Eppure, non potevo fare a meno di rimpiangere la mia Milano da bere, così illuminata e così frizzante da contrastare evidentemente con il cielo inglese – rigorosamente plumbeo, come nei migliori clichés – e con i negozi rigidamente pronti a chiudere i battenti in tempo per l’ora del tea. Non potevo nascondermelo: Londra non aveva più su di me l’appeal che mi aveva conquistata nella mia infanzia -spensierata.
Ero già proiettata verso gli Stati Uniti, e la città inglese mi sembrava ormai troppo chiusa e British per essere all’altezza dei miei sogni di divenire interprete diplomatica giurata anglorussa o ballerina sulle scene di Broadway.
Nonostante questo, i miei incontri con la capitale britannica non si sono esauriti qui: l’ho visitata nuovamente varie volte, in occasione di cene all’Ambasciata Italiana e di allegri weekend di shopping sfrenato. Nel 2010 sono stata anche onorata dall’esposizione di un mio ritratto, attorniato dalla lusinghiera compagnia di quelli dei miei idoli di un tempo, in occasione dell’annuale mostra d’arte moderna presso una celebre galleria.
Dai sogni di ragazza che mi ha offerto ai soggiorni indimenticabili che mi ha donato, posso certo dire che Londra è stata molto generosa con me. E così, dopo l’entusiasmo e il disincanto, dopo l’eccitazione dell’adolescenza e i progetti di donna matura, ho infine visto un suo terzo volto. Il volto di una città molto più internazionale, meno ritirata in sé stessa e vicina al mio spirito libero e trasversale.
Ho riscontrato un modo di essere più alla mano e meno “stiff”, al punto tale da trovare facilmente tassisti in grado di accompagnarmi anche ad un indirizzo non pronunciato con perfetto accento britannico; ho notato con piacere che nelle vetrine i “colours” erano diventati più umili e diffusi “colors”; ho avuto modo di apprezzare il sorriso delle persone per strada. Eppure non è ancora abbastanza. Londra sicuramente è ora la vera capitale d’Europa quanto ad internazionalità e ad ecletticità, ma purtroppo a mio giudizio ancora manca della sincera allegria, del calore umano e del saper vivere della nostra bella Italia.

 

Gabriella Magnoni Dompé