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La moda: digressioni e richiami

staff
22 marzo 2012

La moda è un linguaggio apparentemente superficiale che può essere interpretato, a tutti gli effetti, dai codici della semiotica. Si tratta di un’unione di simboli e segni che si manifestano concretamente con le scelte che quotidianamente facciamo nell’indossare un abito piuttosto che un altro. Il nostro corpo si veste di messaggi che attraverso un colore o un tessuto, veicolano un’idea. Per questo: jeans e t-shirt quando non si ha voglia di osare, colori e mix vivaci quando si sceglie di apparire solari in una delle prime giornate di primavera. La moda non è solo frivolezza, lusso e shopping. La moda ha, come ogni arte che si rispetti, un background da conoscere e da apprezzare. E così, in pochi sanno che Mary Quant e l’invenzione della minigonna si riallacciano in primis ad una denuncia sociale: gli orli delle gonne si accorciano progressivamente nel corso degli anni per permettere alle donne di entrare nel mondo del lavoro, potendo compiere movimenti più liberi, eliminando i corsetti e i bustini che costringevano il corpo. Solo dopo, un’inevitabile degenerazione conoscitiva ha correlato la minigonna all’ideale di “seduzione ad ogni costo”.

Tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento inizia a nascere la fondamentale figura del “coutourier”, che impone le proprie leggi di stile sul mercato, traslando quella che era una richiesta che proveniva dalla committenza, in un’ideale di libertà di creazione che porta i primi grandi sarti-innovatori a dar vita a vere e proprie opere d’arte fatte di stoffa. Infatti, il grande stilista francese Paul Poiret nella sua autobiografia intitolata “En habillant l’époque” dice che, come ogni guerra che si rispetti, anche la sua venne combattuta in nome della libertà: la libertà del corpo. Grazie a lui vengono creati  i primi abiti drappeggiati, i pantaloni alla turca e le gonne asimmetriche. Arrivano in Occidente i primi influssi orientali che si riverberano non solo negli abiti, ma anche nell’arredamento d’interni, nell’arte e nella letteratura: basti pensare ai quadri di Van Gogh, di Toulouse Lautrec, al giapponesismo e alle xilografie. Nasce la moda in senso moderno, le cui teorie verranno poi portate agli onori della cronaca da Madamoiselle Chanel e da Madeleine Vionnet. Negli stessi anni, ad inizio Novecento, opera anche un nostro illustre connazionale che, precisamente nel 1909, brevetta la tecnica del plissé: Mariano Fortuny. Crea la storica tunica Delphos, prendendo spunto dall’arte classica, e veste le dive dell’epoca: Eleonora Duse e Peggy Guggenheim. Nel 1832 il mondo della danza viene colto dall’inaspettato: per la prima volta Marie Taglioni interpreta tutta la “Sylphide” sulle scarpe da punta, introdotte da poco, perché davano alla ballerina una silhouette più slanciata. Più tardi, sarà Isadora Duncan ad effettuare la rivoluzione copernicana del balletto. Rompendo ogni rapporto con i precetti  accademici, si allontana dagli stilemi del balletto classico fatto di tutù costrittivi ed innaturali scarpe da punta che lacerano le carni, e introduce morbidi pepli e veli che le accarezzano dolcemente il corpo, ballando a piedi scalzi una danza ricca di virtuosismi. Proprio di una sua performance parla lo stesso Poiret nel suo libro, dicendosi incantato dalle sue pirouette.

Tutto ciò per dirvi che i volti della moda sono molteplici. Gli intenti della moda, lo sono ancor di più. Gli obbiettivi della moda, infiniti. Ed è quando si fa denuncia sociale che si riempie di significati che vanno interpretati alla luce delle vicende storiche. La moda è ricca di rimandi, di digressioni, di citazioni, di suggestioni e di sperimentazioni. I corpetti delle donne robot di Metropolis del 1926 richiamano le antiche armature medievali, i drappeggi che troviamo negli abiti di finta seta nelle catene low cost sono stati inventati da Vionnet, nel plissè del mio abito di Halston rivedo Fortuny, nella moda garconne c’è Marlene Dietrich che bacia un’altra donna nel film “Marocco”, nella minigonna c’è Mary Quant, nelle tute rivedo gli inizi del futurismo, nell’abito-pretino di Anita Ekberg ne “La dolce Vita” rivedo le sorelle Fontana.

St.efania