Il mio punto di vista

La Prima della Scala commentata in esclusiva da Gabriella Magnoni Dompé

Gabriella Magnoni Dompé
8 dicembre 2012

Ogni anno penso di essere immune dalla tremarella che mi pervade ogni volta che sto per indossare l’abito ormai “straprovato” prima di recarmi al Piermarini. Ma la sensazione, puntuale come al solito, è sempre la stessa: quel brivido che anche i più consumati attori riferiscono di provare ad ogni grande attesa.
A dire la verità, in questa prima 2012 ho avuto l’impressione che fosse ancora più intensa.
Una prima fortemente voluta, una prima fortemente osteggiata, una prima che dovrebbe essere al di sopra di ogni polemica, ma che ogni anno – purtroppo – ne è al centro.
Sarebbe stato molto facile non presenziare: addurre la scusa di un sano weekend in montagna con la mia piccola Rosyana, godermi il sole tanto preannunciato come sfondo per una bella sciata.
Ma il mio parere è tutt’altro. In questo anno terribile dare una dimostrazione forte, invece di nascondere la testa sotto la sabbia, è
stato fondamentale. Quasi un atto di coraggio e di orgoglio, in difesa di una Milano che detiene una tra le vere eccellenze mondiali, la tradizione lirica e il suo principale teatro.

La scelta dell’abito innanzitutto: come cercare di unire l’inevitabile vetrina mondana che l’evento produce a livello mondiale, con il tentativo di non offendere le centinaia di persone che protestano oggi più che mai trincerate dietro alle transenne? Il modo di andare alla Scala oggi è cambiato. Fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile non indossare un abito sontuoso, un abito che non avrei mai potuto indossare in un’occasione che non fosse una prima scaligera. Ora, al di là degli eccessi e delle stravaganze, la scelta si è orientata su un dress code più da ricevimento. Un abito dalle linee più semplici, più rigorose, persino austere, se così possiamo dire, che giochi sulla ricerca di materiali e di colori. Perfino il corto viene ad essere ampiamente accettato. Da prediligere quest’anno sicuramente un colore scuro. Scuro perché Wagner richiama le tonalità profonde, e perché per me, che ho sempre prediletto le nuances più luminose, è un po’ come mettere una bandiera a mezz’asta.
Ovvero cercare di esprimere che la mia presenza quest’anno va ben al di là dell'”obbligo” sociale che l’evento impone.
Ho voluto esserci perché penso, come ho recentemente espresso sul Corriere della Sera, che il 7 dicembre debba essere un momento di orgoglio nazionale, di sfoggio di italianità, di fierezza, un momento trainante per la nostra economia, che attiri un indotto per noi vitale nell’immediato futuro, un momento di cui tutti prima o poi si rendano conto di poter solo beneficiare.
Ma non voglio annoiarvi con considerazioni che già sicuramente vi sorgono spontanee. Anche quest’anno vorrei darvi uno spaccato il più possibile reale di un foyer così al centro dell’attenzione di tutti.

E’ stata una Scala molto dimessa, dove però i coraggiosi e le coraggiose ancora hanno osato qualche look ardito, retaggio di anni più festosi.
Le aquile, le coroncine, le acconciature più o meno stravaganti potete vederle fotografate su tutti i quotidiani nazionali e lascio a voi ogni commento. Quello che vorrei sottolineare è l’eleganza – ripeto: seppur contenuta – che ha caratterizzato la serata. Una raffinatezza fatta di colori diversi, ma in cui il bianco e il nero hanno decisamente prevalso.
Spettacolari gli abiti di Lorenzo Riva, le mise di Lella Curiel, ma anche la ricercata eleganza di stilisti più emergenti.
Personalmente ho scelto Bottega Veneta, che di emergente ha ben poco. L’ho scelta per la sua semplicità di linee, la ricerca di materiali e la lungimiranza del suo direttore creativo Tomas Maier, che da New York porta lavoro nel vicentino creando una cooperativa tutta al femminile. E’ un brand dal nome italiano e dallo spirito internazionale che rispecchia molto il mio modo di essere, sempre divisa tra il massimo attaccamento alla mia città, che tanto mi ha dato e alla quale voglio tanto dare, e la mia proiezione verso il mondo nella sua globalità.

Passando al Lohengrin ed evitando qualsiasi polemica sulla scelta wagneriana, posso sicuramente affermare che la figura che più mi ha colpita è stata Elsa. Il personaggio nell’opera, ma anche il personaggio nella vita, la bravura di questa giovane donna di 36 anni che si è trovata catapultata dall’oggi al domani sul palcoscenico più famoso al Mondo a causa del malore che ha visto la defezione della prima donna e della sua gregaria.
Opera con una musicalità straordinaria che permette di non rendersi conto del passare delle ore, meravigliosamente condotta da uno strepitoso Barenboin. Ouverture e terzo atto magici – del resto il secondo atto poco convinse anche lo stesso Wagner, che lo scrisse per ultimo.
Personalmente non ho condiviso la scelta del periodo storico (metà Ottocento) in cui ambientare l’opera, anche perché Wagner a questo proposito aveva dato dettami ben precisi, quasi pignoli, riguardanti non soltanto i costumi, ma anche le suppellettili da utilizzare nelle singole scene. La scelta del periodo della rivoluzione industriale è sicuramente attuale, dato il momento di cambiamento in cui stiamo vivendo, ma è anche poco incoraggiante e molto malinconica. Un’atmosfera ben diversa da quella
decisamente più scenografica che il Lohengrin richiederebbe. L’arrivo dell’eroe su una barca trainata dal famoso cigno ci è sicuramente mancata, così come la raffigurazione delle verdi sponde della Schelda tanto decantate da Wagner e sostituite da un misero canneto.
Per concludere personalmente non mi è piaciuta la figura di Lohengrin, non per l’interpretazione artistica e tecnica, ma per l’incarnazione di un ideale di eroe troppo debole per il momento storico in cui viviamo.
Noi vogliamo delle sicurezze, vogliamo il sogno.

Gabriella Magnoni Dompé