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Il mio punto di vista

La ricetta della mia nonna

Gabriella Magnoni Dompé
21 novembre 2012

Tra le poche letture a cui sono riuscita a dedicarmi nelle mie caotiche giornate, pochi giorni fa sono incappata in un articolo che mi ha fatto molto riflettere.
Chi mi conosce sa benissimo che non sono mai stata una “dentro il coro”, ma in questo caso penso di far parte di un grande coro. Il “pomo della discordia” riguarda l’atteggiamento e il profilo che noi donne saremmo – e sottolineo il tempo al condizionale – tenute ad assumere in determinate circostanze.
Le mamme e le nonne di un tempo dispensavano consigli preziosi alle fanciulle in età da marito, alle loro bimbe ormai grandi: come trovare un uomo, come tenerselo, come comportarsi? Ascolta chi è più grande e avveduto di te.
Personalmente credo che i rapporti umani debbano essere fondati su un patto reciproco di rispetto, soprattutto all’inizio di ogni nuova relazione.
Del resto, se questo presupposto già dall’inizio è inesistente, di certo in futuro non si creerà così dal nulla.
I problemi della routine sono certamente gravosi. Ma gravosi per chi? E fonte di rinunce per chi? Sia per l’uomo che per la donna, ovviamente.
Personalmente ho avuto una madre molto lungimirante per i tempi in cui è vissuta, effettivamente è stata una mamma di tarda età, quindi si suppone avrebbe potuto dispensarmi le “ricette” di una vera e propria nonna.
Fortunatamente per me forse nel suo subconscio la dolce Adelaide desiderava avere un figlio maschio ma il risultato è stato esplosivo: donna vi posso assicurare che lo sono al 100%, ma donna emancipata, anche se contrarissima alle cadute di stile del femminismo più bieco.
Sono stata spessa accusata dai miei “compagni maschi” di uno sviluppo anomalo della personalità maschile, dovuta alla perdita in tenera età della figura di riferimento paterna. Ma in realtà devo dire che l’indipendenza psicologica è il più bel regalo che mi sia stato fatto e che spero di poter trasmettere anche alla mia piccola Rosyana.
Non è sicuramente la strada più facile per trovare il principe azzurro di riferimento – si sa fin troppo bene quanto spesso a noi donne sia richiesto di “fare della nostra intelligenza tappezzeria”, come soleva ripetermi mia madre -, ma il risultato è sicuramente, e di gran lunga, molto più solido ed appagante.
Il comportamento cosiddetto da acqua cheta, che tutto accetta perché pensa che così facendo prima o poi si possa raggiungere il traguardo, può talvolta pagare. Ma è come un crimine ripetuto e ripetuto, ripetuto…
Posso affermare, senza alcuna vergogna, per esperienza personale vissuta in periodo adolescenziale, di aver agito in tale maniera nel tentativo di accaparrarmi “l’oggetto del mio desiderio”. Ma poi si è rivelato un “oggetto” che in definitiva mi ha fatto a lungo soffrire e che di desiderio mi ha lasciato ben poco.
A mio giudizio può essere utile un tale atteggiamento se si vuole raggiungere un traguardo di breve periodo, dove cioè la nostra meta, una volta conquistata, viene prontamente “dismessa” non appena cominciamo ad annoiarci o in alternativa la mente femminile – che talvolta, si sa, può essere diabolica – non cogiti vendetta tremenda vendetta: lo sposo mi garantisco ergo restituisco ciò che mi fu propinato. Ovvero ora in casa comando io!
Ma un rapporto sereno, solido, davvero appagante, si può ottenere solo – e decisamente – con più fatica, prendendo posizione, dando prova del proprio carattere, e in definitiva mostrandosi per come si è e non per come gli altri vorrebbero che fossimo.
Del resto se non ci si impegna a fondo e non solo passivamente, cioè accettando ma anche facendo, non si sarà mai protagonisti della propria vita.

Gabriella Magnoni Dompé