Cinema

La storia di Dalton Trumbo

Giorgio Raulli
11 febbraio 2016

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Alla fine degli anni ‘40, Dalton Trumbo (Bryan Cranston) è uno tra gli sceneggiatori più pagati al mondo, ma a causa della sua fede politica, dichiaratamente comunista, schierato con i sindacati e a favore dei diritti civili e della parità di retribuzione, inizia ad essere mal visto nella società hollywoodiana. Viene istituito un Comitato per le Attività Antiamericane, e poiché Trumbo e i suoi amici si rifiutano di rispondere alle domande della Commissione, è condannato a 11 mesi di carcere. Nei successivi anni Trumbo inizia una lotta contro il governo e i vari studios, timorosi di essere associati alle sue opinioni politiche percepite come estremiste. Nonostante tutto, continua a scrivere numerosissime sceneggiature, sotto pseudonimo, sia di B-movie sia di acclamati film (come Vacanze Romane).

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Il regista Jay Roach (tre film di Austin Powers e i primi due della trilogia Ti Presento… con Ben Stiller) approda al genere drammatico, dopo esperienze televisive, sul grande schermo col biografico L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo. Questa pellicola, basata sulla biografia scritta da Bruce A. Cook, vuole celebrare il coraggio e il talento di uno degli sceneggiatori più famosi di Hollywood, volendo porre l’attenzione anche ad una triste pagina degli Stati Uniti, quando il governo istituì una vera e propria caccia alle streghe nel settore dello spettacolo, negando l’occupazione a svariati professionisti dell’intrattenimento durante i primi anni di Guerra Fredda, a causa della loro appartenenza o sospetta simpatia al partito comunista.

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Se da un lato è da apprezzare la voglia di far risaltare un tema ormai dimenticato (e in pratica sconosciuto per un pubblico straniero come il nostro italiano), incorniciato da atmosfere anni ’50 impeccabili – tra costumi, scenografie e una marea di sigarette -, dall’altro lato la storia, così come ci viene raccontata, non conquista. Nonostante certe inesattezze storiche, volte a suffragare il punto di vista, legittimamente di parte, del regista, la vicenda sembra non decollare mai, e nessuno dei personaggi è davvero accattivante ed emoziona realmente.
Un ottimo cast (tra gli altri, Diane Lane, Helen Mirren, Michael Stuhlbarg, Elle Fanning, John Goodman, Alan Tudyk) non basta a colorare i personaggi interpretati; persino il protagonista (sia il vero Trumbo sia l’interprete Cranston) non brilla mai davvero, a discapito del merito e del talento di entrambi.

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Al centro di Trumbo c’è la negazione del diritto umano di avere liberà di pensiero, la negazione del lavoro, la prevaricazione, l’ignoranza e la paura per l’altro; tutto questo però non traspare come dovrebbe, e persino l’esperienza in carcere del protagonista sembra una parentesi trascurabile: non bastano due battute piccate e uno sguardo a far credere il contrario. L’impressione è che questa pellicola sia un’occasione mancata per valorizzare davvero un uomo e un momento della Storia americana, che purtroppo non riesce a conquistare fino in fondo: quello che manca è la componente d’immedesimazione.
Nelle sale italiane dall’11 febbraio, L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo è valso a Bryan Cranston una candidatura come Miglior attore protagonista agli Oscar 2016.


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