Cinema

La storia di Jesse Owens

Giorgio Raulli
31 marzo 2016

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1936. L’afroamericano Jesse Owens (Stephan James) gareggia per gli Stati Uniti alle Olimpiadi di Berlino, conquistando ben 4 medaglie d’oro (per i 100 metri, il salto in lungo, i 200 metri e la staffetta 4×100). Nato e cresciuto nell’America della grande depressione, Owens ha dovuto lottare contro il razzismo americano prima ancora di quello personificato da Hitler durante le gare olimpiche, sostenuto dal suo coach Larry Snyder (Jason Sudeikis).

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Stephen Hopkins, regista australiano, si cimenta in un biopic su uno degli sportivi e, in generale, dei personaggi più famosi della Storia: Race – Il colore della vittoria racconta il razzismo attraverso le vicende di un uomo divenuto celebre per aver mostrato al mondo, nella Germania nazista, di quanto poco valesse il mito della supremazia ariana. Il film però vuole anche fare luce sugli ostacoli che il giovane Owens aveva incontrato in patria.

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Il titolo originale Race, evoca con chiarezza il multi-livello della pellicola, riferendosi sia al concetto atletico sia a quello etnico; ma in fondo il film ha due anime anche perchè da una parte si mette in scena la grandezza di Owens, un uomo che sconfigge la povertà e i pregiudizi diventando un’icona grazie ai risultati ottenuti alla XI Olimpiade, dall’altra parte però c’è anche il boicottaggio americano dei Giochi, a causa della situazione in Germania, in particolare per gli ebrei, e della partecipazione dello stesso Owens.

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La contrapposizione tra il presidente del Comitato Olimpico Americano (interpretato da Jeremy Irons) e quello della Amateur Athletic Union (William Hurt) sposta l’accento anche sui problemi politici e sociali interni agli Stati Uniti, anche se Race – Il colore della vittoria risulta essere uno di quei film biografici che non esce dal seminato, usando tecniche classiche nella narrazione e nella regia. Il risultato non stupisce, piacevole ed interessante soprattutto per chi conosce poco di quella storia, senza guizzi di innovazione.

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Nonostante la freddezza di Roosvelt e il saluto “amichevole” di Hitler nei confronti di Owens, il film resta fortemente ancorato allo stereotipo di un’America patria dei diritti e di libertà; certo è che mettersi a confronto su questi temi con la Germania nazista rende la vittoria davvero troppo facile, al contrario del trionfo sportivo del protagonista, sudato con fatica. Una piccola nota amara in un classico biopic come Race, in cui la storia di rivalsa e di affermazione di sé (e non solo), il buon cast e l’approfondimento su un personaggio iconico funzionano sempre. Il film è uscito a febbraio negli USA, mentre in Italia è nelle sale a partire dal 31 marzo, distribuito dalla Eagle Pictures.


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