La valigia della mamma

Chiara Fornari
21 luglio 2013

valigia-mamma

Quando la mamma-media (io) comincia a fare le valigie per andare in vacanza, si comporta come se si stesse preparando a traslocare in un rifugio antiatomico prima del fatale impatto di un meteorite sulla Terra.
Parte cioè dal presupposto inconscio che ovunque andrà, non troverà nulla di quello che le serve. E cosa le serve?
Dal phon, allo scalda-biberon, dai ciucci, ai pannolini, dai costumi, alle formine e poi ancora il telo-mare, le creme solari, i cappellini, i sandaletti, i cosmetici, l’intero guardaroba di tutti, l’aquilone, la borsa per la spiaggia, quella termica, l’i-pad, la canoa, il deltaplano…e la cameretta?
Non importa quante valigie, zainetti, sacchetti, buste e bustine riempirà, arrivata a destinazione, rivolgendosi al malcapitato compagno di sventure, avrà anche da ridire: ”Ecco, lo sapevo, hai visto? Mi sono dimenticata il carica-batterie del cellulare!”.
Quasi nessuna mamma è immune dalla “sindrome della chiocciola”.
Purtroppo questa patologia tende a peggiorare in proporzione con la distanza della meta delle vacanze: più lontano si va (assolutamente a prescindere da dove) e più cose ci si porta dietro.
La mamma chiocciola, vittima costante della sua stessa apprensione per i figli, cerca di sopperire alla paura del viaggio e dell’ignoto, riempiendo le valigie a dismisura con vestiti e oggetti del quotidiano.

In cuor suo spera di ritrovare più velocemente l’equilibrio della sua normale routine – raggiunto in città con una fatica inenarrabile – portandosi dietro tutti gli oggetti che per lei sono il simbolo della stabilità e della serenità sua e dei suoi figli.
Nel mio caso gli anni di esperienza non sono valsi a nulla, tutti gli anni la stessa storia, sono irrecuperabile. La verità è che abbiamo paura dei nostri figli, di come potrebbero reagire a un posto nuovo, di quello che ci faranno scontare lontani dal loro habitat naturale: notti in bianco, nervosismi, capricci e inappetenza.
Forse speriamo che portandoci dietro la casa – impacchettata dentro una valigia per poter poi essere ricreata sul posto – senza cambiare le abitudini dei bambini, gli orari e l’alimentazione, eviteremo di traumatizzarli con tante novità mantenendo il delicato status quo.

E invece non serve a niente perché, come sempre, sono proprio i bambini a insegnarci qualcosa. Al contrario di quello che ci si potrebbe aspettare, a una velocità molto superiore a quella di un adulto, si adattano, a tutto.
E, in effetti, come potrebbe essere altrimenti? Cosa c’è di meglio per un bambino che non trovarsi in città?
Sono in un posto in cui non esiste un negozio di giocattoli, dove non c’è un parchetto per farli razzolare il pomeriggio, dove non c’è la televisione, dove non ci sono le macchine e i miei bambini, ovviamente, non potrebbero essere più felici.
La spiaggia, la barchetta, gli scogli al largo, tutto il resto non conta più.
Tutta la giornata in costume, le cicale, il calippo, gli arancini, la partita a calcio nella piazzetta davanti al bar del Porto, svegliarsi la mattina, aprire la porta e vedere il mare più blu del blu, il vulcano sullo sfondo.
Qui, dove non si può far altro che spogliarsi di tutto, mi rendo conto che tutti gli oggetti del mondo non solo non fanno la serenità dei miei bambini, ma in più non rendono nemmeno la mia vacanza più vacanza.
Cosa farebbe la differenza? Dormire! Svegliarmi più tardi delle otto!

Povera mamma-chiocciola, la tua è una battaglia persa. Tu, illusa, credevi che arrivare organizzata ed equipaggiata ti avrebbe permesso di stancarti un po’ di meno, di stare stesa sulla spiaggia a prendere il sole come le altre.
A nulla valgono le migliaia di formine e le centinaia di secchielli che hai portato da Milano, il tuo bambino, in piedi dalle sette, vorrà sempre che sia tu insieme a lui a scavare buche e ad erigere torri di sabbia.
Questa è la tua vita, ma ne vale la pena, come sempre. Vederli mentre si riempiono gli occhi del mare, vale tutto.
Chi fa davvero le spese di questa storia è ancora una volta il povero papà: dove c’è una mamma-chiocciola c’è sempre un papà-sherpa.

Chiara Fornari