Volo a vista

La verità, vi prego, sul design!

staff
1 maggio 2012

Partiamo dal fatto che una volta si chiamava, con schietta onestà, Salone del Mobile. E una volta, quando i comodini avevano forma e funzione di comodino, e i vasi sembravano vasi, non se lo filava nessuno.
Venendo all’oggi: se nel 2012 chiami ancora così quell’orda tra il barbarico e il circense che nel mese di aprile cala su Milano, i casi sono due: o sei antico o sei brianzolo. Oggi si chiama Design Week, lo sanno anche i meat designer (all’anagrafe macellai) e i drive designer (per la plebe, i taxisti). E della parola design si riempiono la bocca tutte, ma proprio tutte le categorie merceologiche della Milano che lavora e produce come di quella che fa disinvoltamente flanella.
Per non parlare dell’esercito creativo che come uno tsunami invade – e blocca – la città, rendendola un incrocio fra la sagra della polpetta e il raduno nazionale degli alpini (più o meno il tasso alcolico è lo stesso, solo che agli alpini dei suddetti comodini non può fregare di meno). C’è gente dappertutto: sui tram, sulle metropolitane, nei taxi, sulle bici a noleggio e sui motorini, nei negozi, nei ristoranti, negli alberghi, persino a casa mia (affittarla a un paio di architetti tedeschi alla ricerca disperata di una camera mi è parso il solo modo di sopravvivere alla kermesse, oltre che un personale contributo alla lotta alla recessione)!
Ed è la gente il vero spettacolo: studenti in divisa da studenti che si muovono in branco e oltre agli stessi vestiti indossano anche le stesse facce; bambole asiatiche col viso di porcellana e i capelli turchesi avvolte in strati informi di tessuti fiorati, sembrano homeless, ma credo vestano Comme des Garconne; standiste in bilico su tacchi 14 come in cima a un promontorio, esanimi e strizzate dentro tailleurini in viscosa nera di 2 taglie di meno; architetti in nero dalla testa ai piedi sotto braccio a designer più colorati di un graffitaro cui sia esplosa in mano la bomboletta di vernice. E poi loro, i professionisti del party che non ne mancano uno, si sdoppiano, si smaterializzano a un vernissage in via Tortona e si rimaterializzano a un cocktail in area Ventura più veloci della luce, o seguono la tendenza e noleggiano sosia pur di non mancare un opening con relativo photo call.
Sembra che la gente aspetti il mese di aprile per trovare un senso all’esistenza di Milano e alla propria esistenza in questa città.
I colleghi in ufficio, gli amici più cari, il tipo che incontri la mattina al bar quando fai colazione, tutti con la stessa domanda: “Ma tu questa sera che giri fai?”.
Io giro l’angolo e mi chiudo in casa sperando che passi, che fra l’altro non c’è Salone del Mobile che non piova a dirotto, bisognerebbe soffermarsi sul fatto che se il padreterno da anni infierisce col meteo vorrà pur dire qualcosa!
Davvero, non è snobismo, ma girare per girare, vedere per vedere, in mezzo a gente che più che altro mangia e beve gratis per una settimana non è il mio modo ideale di passare una serata.
Vado a vedere dei tappeti se mi piacciono (quelli di Sahrai sono il sogno di una vita, potrei vivere in una casa completamente vuota con al suo centro solo uno di quei tappeti magici ed evocativi), ma se una cosa non mi suscita emozione a febbraio o a giugno, non vedo proprio perchè dovrebbe appassionarmi ad aprile!
E poi, mi chiedo, ma se una volta si trattava di mobili – e giuro che non parlo del giurassico – va bene chiamarlo design, ma perchè dietro questa abusata parolina nascondere prodotti di qualsiasi tipo, creati da chiunque, per brand che spesso con l’arredamento (che di questo doveva trattarsi) nulla hanno a che fare?
Magari vendi lingerie (mutande), non hai ancora osato – benchè si stenti a crederlo – creare una tua home collection, ma prendi una lampada, preferibilmente disegnata da uno straniero con più consonanti nel nome che in un codice fiscale, la metti in vetrina, allestisci un dj set che non può mancare, servi champagnini e finger food e voilà: anche tu hai il tuo bell’opening, che l’inserimento nella guida di Interni trasformerà in sosta sicura sul cammino dei pellegrini dell’arredo.
Da anni produci e vendi in chissà quanti Paesi nel Mondo la stessa sedia di plastica, se adesso la disegna Lenny Kravitz perchè tanto furore? E chi l’ha detto poi che Lenny Kravitz sa disegnare? Per altro, a quando quella disegnata dal Trota o dal capitano Schettino? E, giusto per invertire una volta tanto la tendenza, a quando Marcel Wanders col basso sul palco al Coachella Festival?
E ancora: perchè nessuno ha il coraggio dire che certi oggetti, ammesso di arrivare a capire cosa siano e a cosa servano, sono mediamente delle boiate pazzesche?
Che cosa ha trasformato Fabio Novembre in una rockstar, Philippe Starck in un guru, Zaha Hadid in un’icona, nostra signora del minimal, patrona della linea sinuosa?
Perche’ – con la scusa del design – l’inarrestabile Lapo Elkan ha perso un’altra buona occasione in cui avrebbe fatto meglio a organizzare una discreta scampagnata tra amici, invece dell’ennesimo party per il lancio dell’ennesimo web magazine a cui c’era chiunque, forse mancavo solo io?
Ah, già, forse perchè anche quel giorno pioveva…
Quindi, visto che nonostante il meteo a sfavore la kermesse impazza e con l’età, è cosa nota, si diventa sempre più intolleranti, mi sa tanto che se sopravviviamo al 21 dicembre 2012, il 22 prenoto subito, e in aprile me ne vado una settimana in Messico a ringraziare i Maya di non averci preso, e la vacanza me la pago subaffittando ai simpatici tedeschi per tutta la Design Week 2013!

Wendy Maxwell

Wendy Maxwell (non) esiste, ma ha un punto di vista ironico su quello che succede, mentre vola prende appunti e trova spunti, su cui riflette e sorride aspettando la fine del mondo che, se anche poi non arriva, si va avanti già allenati. Osserva curiosa Milano – la città dove (non) vive, dove tutto potrebbe succedere, ci raccontiamo che sta succedendo e magari non succederà mai. Sbircia tutti i particolari, nessuno escluso, osservandoli dall’alto con distaccata eleganza.