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Land grabbing, la corsa alla terra dei paesi ricchi

Marco Pupeschi
25 settembre 2015

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Oseresti dire, miss Rossella O’Hara, che la terra non conta nulla per te? Ma se è la sola cosa per cui valga la pena di lavorare, di lottare, di morire, perché è la sola cosa che duri!”, questa la frase che nel 1936 Margaret Mitchell fece pronunciare al suo personaggio Geraldo O’Hara, padre della protagonista Rossella O’Hara nel romanzo Via col Vento. La sua estrema attualità colpisce e sconcerta.

Tutto è cominciato con la crisi finanziaria del 2007, quando i Paesi ricchi del pianeta, per tutelare il proprio approvvigionamento alimentare, hanno spinto grandi aziende e fondi d’investimento ad acquistare la proprietà di vaste aree nel Sud del mondo e nei Paesi in via di sviluppo, dove i prezzi della terra sono più bassi. Il fenomeno è conosciuto come land grabbing.

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Fra i paesi maggiormente esposti al land grabbing ci sono i paesi asiatici (Papua Nuova Guinea e Indonesia), seguiti da quelli africani (Sudan, Congo e Mozambico) e del Sud America (Brasile). Per dare un’idea concreta i Paesi del Golfo Persico, la Corea e il Giappone hanno acquisito 9,6 milioni di ettari di terre per l’approvvigionamento di prodotti alimentari (soprattutto cereali). I Paesi del Golfo, per esempio, sono dipendenti dell’estero soprattutto per quanto riguarda l’acqua e il grano. Non sorprende che gli investimenti dell’Arabia Saudita, si concentrino sulle superfici agricole del Sudan, Etiopia e Mali, lungo i bacini idrici del fiume Nilo e del Niger.

Ecco allora che land grabbing significa togliere risorse idriche e la terra da coltivare alle comunità locali, a favore di potentati stranieri. Purtroppo solamente adesso si sta prendendo reale coscienza del problema con legislazioni che nei Paesi in via di sviluppo impediscano la vendita di tali latifondi.

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