L’anoressia è un mostro

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25 giugno 2013

Mi chiamo Giulia Perinelli, ho vent’anni e questo non vuole essere il solito articolo sull’anoressia.

Ho da poco scoperto che alcune persone a me care soffrono di disturbi alimentari e ho deciso di approfondire l’argomento, soprattutto cercando di capire cosa spinge a farsi così male. Ho deciso di avviare un piccolo progetto scrivendo “un appello” sulla pagina Facebook della mia università, l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano: “Sono una studentessa di Linguaggi dei Media. Vorrei intervistare ragazzi che soffrono di anoressia e/o bulimia per un articolo che sto scrivendo. Se qualcuno è interessato mi contatti”.

Mi hanno contattata quasi subito 17 ragazze e 3 ragazzi, tutti più o meno miei coetanei. Le ragazze si sono fatte avanti senza farsi pregare, ansiose di conoscere le domande a cui avrebbero dovuto rispondere. Quello che ho notato nei tre ragazzi è stata invece una grande apprensione, un approccio più pudico e introverso: mi hanno bombardata di domande, mi hanno chiesto soprattutto di non fare mai i loro nomi, mostrandosi in qualche modo preoccupati di non poter mantenere l’anonimato.

Ho fatto a tutti le stesse cinque domande, ottenendo risposte molto eterogenee e varie. Mi è sembrato di entrare in un altro mondo, di cui non avrei mei potuto scoprire la profondità senza questa piccola indagine. I risultati mi hanno molto colpita, si è aperta una porta. Per questo ho deciso di condividere tutto ciò con voi.

Che cos’è l’anoressia? L’anoressia è un mostro – è stata la risposta unanime. É come se questi ragazzi la identificassero come un’identità a parte, come qualcosa che ha preso forma e vita al di fuori di loro e ha iniziato una battaglia cercando di annientarli. Non una malattia, ma un’entità. Le ragazze hanno avuto bisogno di raccontarmi le loro storie, di aprirsi ai dettagli, grazie ai quali ho compreso che la maggior parte di loro ha iniziato a punirsi smettendo di mangiare a causa di cattiverie rivolte loro da persone vicine – compagni di scuola, parenti, amiche strette o “bulli”. Ho capito che la colpa delle insicurezza che nascono nei miei coetanei non è solo dei modelli proposti dalla società – come i canoni estetici offerti dalle modelle quasi trasparenti o dalle donne di spettacolo tutte pelle e ossa –, ma spesso nasce dalle parole di chi è presente nella loro quotidianità.

Altra causa sono, secondo i racconti, i genitori spesso assenti. P.L., ventunenne studentessa di Giurisprudenza, mi ha scritto: “Speravo che notando le porzioni quasi minime nel mio piatto mio padre mi dicesse qualcosa, per lo meno si accorgesse di me e mi sgridasse”.

Anche alla seconda e la quarta domanda mi hanno risposto tutti nello stesso modo: nessuno si è accorto di cosa stava davvero accadendo e tutti pensano sia impossibile uscirne da soli. Sono invece discordanti le opinioni sull’incidenza del fattore estetico nell’insorgenza della malattia: soffrire di anoressia è legato in qualche modo al sentirsi più belli? Sono stati solo i tre ragazzi a rispondere in modo affermativo. Questo mi ha sorpreso non poco!

Ognuna delle persone che ha accettato di rispondere al mio appello ha espresso il desiderio che nessun altro soffrisse come è successo a loro e si sentirebbero di dire ad altri nella loro stessa situazione che c’è sempre una soluzione ma che bisogna farsi aiutare da subito. Come ho già detto, sono molto vicina ad alcune persone che soffrono di questa malattia e posso affermare che non è per nulla facile stare vicino a chi soffre di disagi alimentari. Creano un muro intorno a loro, costruito con insulti, paure, cattiverie e rancore. Passare oltre il muro a volte è impossibile.

R.A., una delle “intervistate”, mi ha confermato: “Odiavo tutti, ero arrabbiata con loro perchè ero arrabbiata con me stessa. Sotto sotto volevo il loro aiuto ma mi rifiutavo di farglielo capire”. Reputo che le persone con questi disturbi non siano deboli, poiché se lo fossero non potrebbero riuscire a negarsi il cibo, a obbligare lo stomaco a rigettare i pasti in modo cosi innaturale. Anzi, sono persone molto rigide con se stesse che si costruiscono un falso mondo perfetto, nascondendo quello che provano.

G.S afferma di essere diventata capace, col tempo, di riconoscere i segnali nascosti dietro a questi comportamenti: “Ho imparato a smascherare chi ne soffre, perchè quando guardo nei loro occhi rivedo me stessa un po’ di anni fa: una ragazza stravolta, fermamente convinta di essere felice e che lo dimostra con un sorriso forzato, tradito da due occhi spenti e vuoti”.

L’anoressia è un urlo silenzioso di dolore, una straziante richiesta di aiuto e di affetto. Bisogna essere capaci di ascoltare questo silenzio e sfondare la corazza di cui questi ragazzi si ricoprono. Bisogna tentare di trapassarla, tirare fuori il mostro, farli parlare, permettere loro di essere ascoltati e capiti.

Dare una voce a questo silenzio, assordante.

Giulia Perinelli