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Interviste

Larry Leight

staff
23 marzo 2011


Abbiamo incontrato il Fondatore di Olvier Peoples, Lerry Leight, in un ambiente rilassato, su divani rosso fuoco.

 

Prima di tutto, ci presenti Larry Leight e quella che è la sua visione: il suo marchio.
L: Il nostro è un brand di 24 anni, che è stato coerente e costante nel corso degli anni. La nostra strategia di marketing è sempre stata quella di porre attenzione alla tradizione e lo status del nostro marchio. Ne abbiamo ricevuto in cambio un’eredità che ci ha portato la fedeltà dei consumatori anche se il nostro pubblico è sempre nuovo e giovane. Probabilmente grazie ad alcune delle nostre iniziative come i cortometraggi con Robert Evans diventò virale cinque anni fa.
Quest’anno abbiamo invece avuto Devendra Banhart come protagonista di un altro mini-film, assieme alla sua fidanzata, hanno rappresentato perfettamente il nostro feeling, diventando famosissimi su YouTube.

 

Parlando di strategia di marketing, come ha influito su di essa la scelta di non stampare il vostro marchio sulle vostre montature?
L: Non ha inciso, era la strategia. C’è stato un costoso prezzo per questo, ha influito sulle vendite. Ma sapevamo che la gente che acquista i nostri occhiali sono trend setter che li scelgono perché sono discreti. Questa gente non vuole che altri li copino, vuole l’originalità. Abbiamo spesso paragonato il nostro mind set con quello di Hermes, vendere cose difficili da ottenere, mantenendo il focus sulla qualità dei materiali, e sulla l’unicità del brand. Giocando sul passaparola e le relazioni con la stampa, questa è stata la nostra chiave vincente.

 

Come ha fatto a capire che nei super-consumatori degli anni ‘80 c’era spazio per il vintage?
L: Gli anni ottanta sono stati tutti basati su colori appariscenti e forme audaci, ma essendo nel business, io e mio fratello, abbiamo notato che nei negozi ciò che effettivamente vendeva non erano gli occhiali super appariscenti di Alan Mikli, ma quelli più semplici e discreti . Abbiamo ritenuto che i nostri gusti riflettessero di più quello dei consumatori. Così abbiamo acquistato uno stock di montature degli anni ‘40 e ‘50 e ho visto che si vendevano da matti! È così che abbiamo cominciato, quindi abbiamo portato la produzione in Giappone, ad un produttore molto appassionato di occhiali di qualità, e tutto è cresciuto da lì.
Ci è capitato di essere al posto giusto e nel momento giusto, quando la mania vintage iniziò a metà degli anni ottanta.
In realtà siamo cresciuti così rapidamente che, quando Saks ha chiesto di poter vendere il nostro brand, abbiamo dovuto dire di no a causa della disponibilità limitata!

 

Qui in Italia, in questa stagione, gli occiali vintage sono una moda dilagante. Pensa che si adattino a tutti?
L: No, non lo penso! Dipende dal periodo del vintage che stiamo considerando. Il nostro vintage è molto classico che si adatta alla maggioranza delle persone. Se stiamo parlando di occhiali della metà degli anni ottanta, tipo l’audace Pucci o Furstenberg, quelle montature non si vendettero realmente nemmeno allora. Sono troppo difficili da abbinare ad un volto! Ecco perché possono ancora essere trovati nei mercatini. Ciò non accade con gli occhiali veramente belli, come dei vintage di Dior, o le vere montature in tartaruga, quelle non si trovano nei mercatini perché chi li ha se li tiene stretti!
Jonny Depp è un buon esempio di una persona che porta bene occhiali vintage!

 

Sembra che il periodo degli anni Ottanta abbia liberato le donne dal destino oscuro di dover indossare gli occhiali da vista! Cosa ne pensa?
L: Sicuramente, se si guardano alcuni editoriali del tempo ti accorgi che ci sono paginoni interi e anche copertine dedicati agli occhiali! Claudia Schiffer, Cindy Crawford sono state tutte immortalate con gli occhiali, minimal e puliti. Abbiamo appena rimesso in produzione alcune di quelle montature, mantenendo il focus sulla qualità, sui materiali e sui dettagli. Come quelli in tartaruga gialla di American Psyco, lo stiamo vendendo oggi come la prima volta!

 

Questo è l’eredità di cui parlavamo! Essere in grado di interrompere la produzione e di far vendere il prodotto come la prima volta!
L: Esatto, ha un prezzo però. Abbiamo prodotto una quantità limitata per cui non ve ne è mai abbastanza per tutti. Non vendiamo quanto potremmo, ma se lo facessimo, non venderemmo così tanto! E’ come la borsa Birkin di Hermes.
Ma questa è la strategia, fare in modo che le persone vogliano quello che non possono avere. Costruire le aspettative delle persone in modo da mantenere il loro interesse per il prodotto alto!

 

Cosa ne pensa di Milano, onestamente?
L: Beh, io vengo a Milano ogni anno da 35 anni. La prima persona a notarci a Milano era il padre di Alessandro Beccaria che ha deciso di volerci rappresentare in Italia. Così ci portò in giro, ci invitò a cena, abbiamo davvero trovato degli amici qui. Quando torniamo ci si sente come a casa. E devo dire che anche se non ho visitato il resto d’Italia, ad eccezione di Como, che mi è sembrata come la terra di Dio, per me Milano è la città che sento più come casa!

 

Dove pensa che Milano si trovi nel settore delle tendenze e moda?
L: Beh, è considerata una delle capitali della moda, giusto? L’Italia ha designer eccellenti in tutti i campi. Mobili, design, moda. Non so se le idee vengono da qui, ma certamente Milano è vitale, come parte della visione. Probabilmente avete buoni designer, perché le persone qui sono nate e cresciute in mezzo al design, sin dalla tazzina di caffè mattutina!

 

La crisi finanziaria, come ha colpito gli Stati Uniti? Il tuo marchio?
L: Ha colpito tutti in America! Più soldi le persone avevano, più soldi hanno perso.
Ma potremmo essere vicini alla ripresa. Finché le persone continueranno a comprare con fiducia, la recessione farà un passo indietro. Sebbene il concetto di “risparmio” sia diventato quasi una tendenza! Le star che comprano auto ibride, il riciclo, le persone non vanno più in giro con borse molto costose.
C’è stato un buon risvolto anche per il nostro marchio. Dal momento che l’idea di lusso del consumatore è cambiata fortemente diventando più incentrata sulla qualità, il nostro brand ha davvero approfittato della situazione. Ecco perché non siamo stati tanto finanziariamente toccati dalla recessione.

 

Ultimo ma non meno importante: il suo ristorante preferito a Milano?
L: Giacomo direi, c’è la vera cucina milanese e la pizza è meravigliosa.

 

Intervista curata da Luca Micheletto e Isabella Gemelli