Arte

L’arte del ping-pong: Surasi Kusolwong

staff
18 giugno 2011


La consapevolezza della natura mutevole, originale e non sempre esteticamente sublime delle grandi creazioni artistiche è certamente una delle caratteristiche della cosiddetta “Arte povera”. Ed è proprio l’adesione spirituale a tale visione ad animare l’arte dell’estroso genio tailandese Surasi Kusolwong, in mostra alla Fondazione Hangar Bicocca di Milano sino al 17 luglio.
L’ installazione di Surasi Kusolwong, dal titolo “Ping—Pong, Panda, Povera, Pop—Punk, Planet, Politics and P—Art”, è espressione di un’arte eclettica, concettuale e concettuosa. Se un primo e frettoloso sguardo può suscitare nell’osservatore una ricezione fredda e critica, un’analisi più approfondita ed intimamente ragionata non può che destare ammirazione per una creazione estremamente complessa, tanto nella struttura materiale quanto nella concezione teorica.
Soggetti principali dell’ampia installazione sono cinque tavoli da ping-pong, che i visitatori potranno utilizzare per giocare. Sulla superficie di ogni tavolo trovano posto diversi tipi di oggetti e materiali connessi al lavoro – ma anche all’esperienza biografica – di Kusolwong. È così che il pubblico può entrare a diretto contatto con una spiritualità orientale capace di indurre a riflessione gli abitanti di un Occidente ormai in gran parte secolarizzato: è questo il fine ultimo dei “tempietti” formati da piccoli bicchieri realizzati in gesso che si possono osservare disposti su uno dei cinque tavoli. In quanto recipienti d’acqua vi è un secondo tema sotteso: la tutela dell’acqua stessa e più in generale dell’ecosistema, concepiti come un bene comune inalienabile.
Tematica fondante dell’intera installazione è tuttavia il rapporto fra gli esseri umani. Il ping-pong diviene infatti nella sapiente costruzione di Kusolwong metafora delle relazioni interpersonali caratteristiche tanto della società civile quanto dei rapporti politici. Relazioni umane e politiche dunque, ma anche economiche ed estetiche: la chiave di lettura del viver civile si esplica simbolicamente nel gioco, attività poietica per eccellenza. É nella possibilità stessa offerta ai visitatori di sperimentare lo sport da tavolo che si manifesta la sfera del dialogo reciproco e delle scelte di posizione inevitabili: giocare con leggiadria e tatto o esprimere forza e potenza? Salvare le uova disposte su uno dei tavoli a mio avviso più affascinanti o distruggerle? Se per Sartre “L’inferno sono gli altri”, per Kusolwong le relazioni umane sono molto più variegate e capaci di frutti positivi e inaspettati.
L’installazione non si limita tuttavia ai cinque tavoli. In essa trovano anche posto: un gruppo di sculture-tenda fatte di marmo, lastre di ferro, pezzi di legno e specchi; una scultura morbida fatta di spugne tagliate a blocchi rettangolari, ispirata all’arte minimalista e razionalista, funzionale al riposo ed alla riflessione dei visitatori; una serie di lampade pendenti che hanno come tema lo spirito dei diversi continenti.
Nell’anteprima stampa del 9 giugno Kusolwong ha fornito la chiave di lettura del complesso titolo della mostra, da lui inteso come una password di un computer. Il mondo della società moderna consumistica e massificata viene così sottilmente irriso da un autore che mescolando elementi delle tradizioni culturali occidentali e orientali giunge a sentenziare: “Faccio P-Art. Sono per l’Arte delle Persone”.

 

Luca Siniscalco


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