Psicologia

L’arte di fare domande

Lucia Giovannini
18 giugno 2015

Lucia Giovannini

Fare domande è un’arte che stiamo perdendo. Da bambini tempestiamo i nostri genitori con “Perché?” e “Perché no?”, ma da adulti cerchiamo di fare meno domande possibili.
A scuola siamo sempre stati premiati quando davamo le risposte corrette e, anche al lavoro, veniamo apprezzati quando sappiamo rispondere, non quando facciamo domande. Chi fa domande è scomodo, molto spesso viene criticato o giudicato male.

Sempre in ambito lavorativo, quando siamo chiamati a prendere delle decisioni, la regola è “fallo il prima possibile”, “doveva essere fatto ieri” e ci concentriamo più sul dare una risposta che sul processo decisionale. È proprio il processo che ci porta a una conclusione la chiave del successo.

Domande migliori conducono a risposte migliori.
Come scrivo nel Potere delle Domande, tutto ciò che è abituale, le nostre relazioni interpersonali e il nostro vissuto raramente diventano oggetto di domande. Questo ci porta spesso a dare tutto per scontato, come se non avessimo bisogno di focalizzare la nostra attenzione su aspetti della nostra vita che invece hanno bisogno di una buona e costante manutenzione.

Spesso siamo così impegnati a fare qualcosa che non ci domandiamo perché lo stiamo facendo, e come potremmo farlo meglio, come essere più felici o quali sono le implicazioni per il nostro benessere, per la nostra vita e per gli altri.

Esistono diversi tipi di domande, a seconda del tipo di problema che vogliamo risolvere.
A volte l’obiettivo è espandere la prospettiva, altre volte restringerla. Altre volte vogliamo essere certi di aver capito bene ciò che l’interlocutore ci dice.
Scegli la domanda giusta e porta la conversazione dove vuoi tu!

  1. Domande di verifica
    Le domande di verifica ci aiutano a capire meglio ciò che l’interlocutore vuole realmente comunicare e non quello che ci sembra voglia dire.
    Nei nostri corsi di Neurosemantica, insegniamo alcune semplici formule per controllare se ciò che abbiamo colto è corretto. «Se ho capito bene… ho capito bene?» oppure: «Cosa intendi esattamente per?…» oppure: «Ti ho sentito dire che… puoi dirmi di più?»
    Mentre ripetiamo per accertarci di avere capito, anziché parafrasare ciò che la persona ha detto è bene cercare di utilizzare le sue stesse parole. Anche solo parafrasando, infatti, rischiamo già di cambiare il significato originale e di imporre la nostra mappa del mondo.
  2. Domande di approfondimento
    Le domande di approfondimento sono usate per esplorare alcuni aspetti del problema ignorati nella conversazione. Esempi possono essere: “Come posso applicare questo concetto in un contesto diverso?” o ancora “In quale altro modo posso usare questa conoscenza?”. Prendersi il tempo per capire meglio una questione, ci può portare a risultati che non avevamo neanche pensato.
  3. Domande di indagine
    Le domande di indagine sono usate per indagare le cause profonde di un problema, per capire meglio come si è arrivati a una conclusione, per rimettere in discussione certe ipotesi. Si tratta di un approccio più analitico. Esempi possono essere “ Come hai svolto questa analisi?”, “Perché hai scelto di (non) includere questo step?”.
  4. Domande che allargano la prospettiva
    Le domande che allargano la prospettiva ci aiutano a prendere in considerazione il quadro generale di una situazione. Quando ci focalizziamo troppo su un problema, è facile perdere di vista il contesto che stiamo esaminando. Esempi di domande di questo tipo sono: “Facciamo un passo indietro, quali sono le sfide più grandi?”, “Ci stiamo facendo le domande giuste?”.

Le domande hanno davvero il potere di cambiare la nostra vita. Ponendoci le domande giuste, mobilitiamo tutte le nostre risorse interiori, anche quelle che non pensavamo di possedere.
Il tempo è maturo perché ognuno di noi inizi a fare e a farsi domande. Se non ci prendiamo qualche istante per farci domande, come possiamo trovare nuovi modi per vivere meglio, per migliorare la nostra vita e le nostre relazioni?

Liberamente adattato da Harvard Business Review

A cura di Barbara Micheletto Spadini


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