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Le casalinghe siriane imbracciano le armi

Rossana Miranda
30 agosto 2013

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La guerra non discrimina quando deve fare vittime e vittimari. In Siria una casalinga di nome Um Fadi ha reclutato 150 donne che, vestite con l’abaya nero, combattono con una milizia anti-Assad. Hanno sostituito le pentole con un mitra e si giocano la vita ogni giorno in nome della libertà.

Queste vere “casalinghe disperate” operano ad Aleppo, dove i combattimenti tra l’esercito siriano e i ribelli sono sempre più forti e hanno un importante valore strategico e logistico.

Come è cominciata l’incursione di queste donne nella guerra? Come una forma di vendetta per la morte di figli, mariti e fratelli. Prima inviavano messaggi, munizioni e servivano come fonte di distrazione ai ribelli. Dopo hanno imbracciato le armi.

In un reportage da Aleppo, il quotidiano spagnolo El Pais ha raccontato le dinamiche di questo gruppo di casalinghe che combattono Assad attraverso la storia di vita di Rihad, una ragazza di 30 anni che da più di un anno ha “il fucile in mano” per combattere il regime.

L’iniziativa è partita da Um Fadi, la “Mamma”, come viene chiamata dalle altre donne. A giugno del 2011, poco dopo che l’esercito siriano sparasse contro una manifestazione pacifica, Fadi – mamma di 10 figli – prese la decisione di partire diretta a Deraa insieme al fratello. Siccome non sapeva sparare, Fadi cominciò aiutando a portare le munizioni da un posto all’altro. Ora ad Aleppo è uno dei personaggi più importanti.

“Io dò animo alle donne, non le incito ad arruolarsi, sono loro che vengono da me”, ha detto Fadi al Pais. La katiba, la brigata delle donne, è nata da una necessità logistica, secondo Abu Musafar, leader del fronte Al-Shabab al-Suriye. Hanno cominciato facendo alcuni lavori domestici per poi aiutare diversamente.

A differenza delle miliziane delle Unità curde di protezione, le donne della brigata anti-Assad non indossano uniformi militari, ma si coprono totalmente con il tipico vestito abaya nero.

In Siria anche le donne sono in guerra. Dopo avere perso padri, figli e mariti hanno perso anche la paura. Non restano a casa a guardare da lontano il dramma.

Come Rihad sperano che il regime cada e il Paese torni libero: “Spero che la Siria sia libera. Il mio odio contro Bashar è grande come la sofferenza della Siria”.

Rossana Miranda