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Le due vite di Giusy Versace: “Corro senza gambe, mi bastano gli occhi”

Riccardo Signori
19 dicembre 2016

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Quando ha perso una gamba in diretta Tv, su Raiuno, non proprio una cosa fra amici, finalmente le hanno creduto: le gambe non c’erano. Eppure ballava. Racconta di aver visto la morte in faccia. E non è un modo di dire. “Nell’incidente che mi ha amputato, non ho perso i sensi. Ho visto la morte e non ha una bella faccia“. Un sogno le aveva detto qualcosa: una corsa, un inciampo, le braccia che si tranciavano. Nella realtà ha preso le gambe.
Eppure sul viso c’è un sorriso che non si spegne mai, in quel fisico da atleta compatta, corpo asciutto e calibrato.  E la voce racconta: “Un sorriso fa più di cento mini gonne. La vera bellezza sono gli occhi. Se sei triste, anche gli altri ti vedranno triste. Se sorridi, la gente vedrà quello che riesci a fare. Non quello che non hai. La vita non può essere perfetta, siamo noi a renderla perfetta attribuendo valore a cose che diamo per scontate“.

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Il cognome è pesante, ma non pesa. Giusy Versace, quasi 40 anni, aggiunge, ricordando che il 2017 sarà l’anno della cifra tonda (li compirà il 20 maggio), si è fatta regina della sua seconda vita. Le chiama così: prima e seconda vita. Il 2005, mese di agosto, come spartiacque. Una storia finita in auto contro un guard-rail.
Un’altra comincia, dunque?
Nella prima vita sono stata nella moda. Il papà primo cugino di Santo, Donatella, insomma la famiglia. Ed io, appunto, ho lavorato nella moda: però sempre in aziende concorrenti.
Bella sfida…
Il rapporto con Santo è stato straordinario. Anche se stavo con la concorrenza, mi ha seguito nei primi passi, mi ha consigliato. La gente pensa: ti chiami Versace ed è tutto facile. Non è vero. Ho preso le mie porte in faccia per dimostrare quello che valevo. Ho tirato fuori le unghie. Tante volte è facile vedere un palazzo illuminato dall’esterno, poi bisogna entrarci.

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Quindi, se dice moda cosa pensa?
Rispondo: sfilate. Il momento clou per la case. Mi piaceva molto il rapporto con i clienti. Mi è spiaciuto perderlo: la cosa che mi è mancata di più nella seconda vita. Moda significa anche ambiente difficile, molta competizione, rivalità. Prima di arrivare, trovi gente che ti fa a pezzi. Lo dico perché i ragazzi capiscano che nessuno regala niente. Ormai sono milanesizzata, ma dentro sono terronissima, caparbia: bisogna lavorare, credere e fortemente volere.
Lo dice una che ha cambiato vita per volere altrui…
Se penso alla prima vita, dico che Dio è stato generoso. Ho fatto tutto quello che volevo ad una età dove le altre cominciano. Sono andata via da casa a 18 anni, a 20 avevo già responsabilità, mi sono realizzata. E a 28, quando c’è stato l’incidente, ero manager di azienda. Fosse successo prima, mi sarei sentita un uccello al quale avevano tarpato le ali.
Il destino è stato duro…
Ogni tanto penso, chissà cosa avrei potuto fare se…Poi mi dico: però quante cose ed esperienze mi sarei persa, se non avessi vissuto questa seconda vita.

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Da qualche anno lo sport parla più diffusamente degli atleti paralimpici…
Lo sport è una grande opportunità di confronto. Se hai cuore, non puoi non riflettere su quello che vedi. Però c’è voluto un sudafricano in Italia, Oscar Pistorius, per ricordare che esiste un mondo paralimpico. Dimenticando che tanti italiani hanno fatto cose grandi e nessuno ne ha mai parlato. Serve che i media ci diano una media. Visto alle Olimpiadi di Londra? È stata un’Olimpiade con la O maiuscola: l’opportunità di portare il nostro sport in casa della gente, magari grazie al fuso orario favorevole.
Giusy Versace non ha avuto bisogna dei media: bastava vederla in pista a “Ballando con le stelle” per restare ad occhi sgranati…
Tutto merito della intuizione e della scommessa di Milly Carlucci. Ha impiegato un’ora e mezza al telefono per convincermi. Non volevo. Le rispondevo: non posso ballare senza gambe in uno spettacolo dove le gambe sono protagoniste. Mi dicevo: tutti penseranno che mi chiamo Versace, ecco perché… E se avessi fallito avrei rispedito nel ghetto il nostro mondo. Avrebbero detto: poverina cosa fa? Ho accettato ad una condizione: tento e se non va lasciamo perdere.

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Ce l’ha fatta…
Avevo già vinto alla prima puntata: tacchi alti, standing ovation. Mi sarebbe bastato. A quel punto volevo bucare il teleschermo, portare la disabilità nelle case. E fisicamente ho sofferto, avevo lividi, tagli, cicatrici, le protesi sono dure da sopportare. E non mi potevo lamentare. Ci ho provato una volta, mi sono trovata tutti contro.
La prima difficoltà, affrontando il vostro mondo, è come definirvi. Chiamarvi “diversamente abili”, disabili, paralimpici?
Chiamateci come volete, purchè sia giusto il tono. Conta il contesto.

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Lei come è arrivata allo sport?
Perchè sono curiosa. All’estero, fin dall’ ospedale ti mettono in carrozzella e provano a farti giocare a basket: è l’approccio ad un gioco per la riabilitazione. Se sei bravo, puoi continuare. Ai miei tempi in Italia non succedeva. Ora si comincia. Io ho avuto l’incidente nel 2005 e ho cominciato con la corsa nel 2010, quasi per ripicca. Curioso: ho amato la corsa, quando ho perso le gambe.
Giusy Versace ha vinto senza gambe nelle competizioni dove contano le gambe: la corsa in pista e il ballo in tv.
Gli europei di quest’anno a Grosseto sono stati il momento top.  Emozione forte perché in tribuna c’era tutta la famiglia. Emozionati loro, emozionata io.

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Argento nei 200 metri, bronzo nei 400 metri. Poi le Olimpiadi di Rio dove ha raggiunto la finale nei 200 e 400 m. Peccato per la squalifica nei 400 metri per invasione di corsia…
Questo è stato l’anno più importante, e ripenso a quante volte avrei voluto mollare. Londra mi ricorda una delusione: pur avendo fatto il tempo di ammissione, mi lasciarono a casa. A Rio ho raggiunto l’obbiettivo del mio percorso: livello di gara molto alto, la gente si allena tutti i giorni. Io faccio quello che posso. Lavoro con Andrea Giannini e l’atletica Vigevano. Mi hanno adottato, sono una mascotte, mi confronto con i normodotati. Mi hanno spinto quando volevo smettere. E quest’anno ho fatto il record nei 400 metri, il giro della morte.
Ma ora?
Ci devo pensare, sono sulla soglia dei 40 anni. Non fremo per avere un figlio a tutti i costi ma ho sacrificato molto, messo a dura prova il rapporto con il mio ragazzo, Antonio, che candido alla santità per come è stato vicino con discrezione e intelligenza. Il cuore è diviso a metà: smetto o non smetto. Sono in fase sabatica.

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Rapporti, amore: come vive la femminilità? Senza due gambe.
Quando sono tornata a casa dall’ospedale ho aperto l’armadio e capito che non potevo più mettere molte cose. Mi sono detta: se non posso mostrare le gambe, proviamo con la scollatura. Ho usato il push up. E sottinteso: chissà che gli occhi non ci caschino! Poi c’è stato Antonio, che mi ha fatto sentire bella anche quando mi sentivo un cesso. Ho un buon rapporto con me stessa. Semmai non mi piaccio perché sono perfezionista, pignola. Servono testa forte e cuore pulito. Certo, ogni tanto mi vien voglia di prendere una gamba e buttarla giù dalla finestra….
Ha provato ad allungarsi le gambe?
Vero. Almeno che la disgrazia avesse un vantaggio! Però le protesi non andavano bene, problemi di equilibrio, di baricentro. Insomma ognuno ha l’altezza che si merita.

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Parliamo di atleti. Atleti simbolo di quest’anno?
Tutti parlano di Bebe Vio, ma io ricorderei Federico Morlacchi che nel nuoto ha fatto grandi risultati. Mi piace molto. E nell’atletica c’è la storia bellissima di Monica Contrafatto, caporal maggiore dell’Esercito che, nel marzo 2012, ha perso una gamba in un attentato in Afghanistan. Ha visto le Olimpiadi di Londra dal letto d’ospedale. Ha visto vincere Martina Caironi nella finale dei 100 metri per amputati e si è detta: posso provarci anch’io. A Rio, quattro anni dopo, è andata in pista e in finale dei 100 metri. Martina ha vinto ancora l’oro. Ma lei subito dietro: è salita sul podio con il bronzo. La storia più bella che si potesse raccontare.
Un atleta simbolo in assoluto?
Alex Zanardi che, a 50 anni, incarna perfettamente il simbolo di un atleta grande prima e dopo l’incidente.

Ps: Giusy si è scusata per essere reduce da due giorni di afonia, dovuta al grande impegno vocale messo per un evento proposto dalla sua onlus “Disabili no limits”. Ha soggiunto: “Sono rimasta senza voce, con gran sollievo di mio fratello che ogni tanto mi spegnerebbe”. Ha parlato per un’ora senza una pausa! No, meglio tenerla accesa. È un bel sentire.


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