Cinema

“Le iene – Cani da rapina” di Quentin Tarantino (1992)

staff
17 giugno 2011


Di film su rapine finite male è piena la storia del cinema, ma l’ abilità del narratore, la caratterizzazione dei personaggi e soprattutto il ritmo del racconto possono determinarne l’efficacia: “Le iene” ne è un caso esemplare.
Non c’è molto da sapere sulla trama: un colpo in una gioielleria finito in Mezzogiorno di fuoco. I superstiti si ritrovano nel deposito/quartier generale dell’operazione per aspettare Joe, l’organizzatore delle rapina. Uno di loro è ferito e rischia di morire, intanto gli altri cercano di capire chi sia la talpa che ha mandato all’aria il colpo.
Il plot de “Le iene” prende spunto da un film hongkonghese di fine anni ottanta (City on fire) usando come guida The killing di Kubrick, ma questa è solo la punta dell’iceberg citazionista del film: la pellicola è una fitta rete meta testuale che attinge ad un’ innumerevole quantità di figure dell’immaginario collettivo. Non c’è una sola scena ne “Le iene” che non faccia riferimenti, rimandi oppure semplici citazioni alla cultura pop cinematografica e non: da Madonna ai blaxploitation movies, dalla Nouvelle Vague a Silver Surfer.
“Le iene” è un film “weird”, non semplicemente perché attinge, meglio ancora saccheggia, all’immaginario collettivo, rivelando un patchwork postmoderno in cui cultura alta e cultura bassa collidono, ma anche perché è un film “parlato” dove la velocità, il ritmo, l’ironia e soprattutto la dinamicità dei dialoghi mascherano la staticità dei personaggi che, salvo un paio brevissime occasioni, sono sempre flemmatici o addirittura immobili, spesso bloccati nelle loro sedie di ristoranti, o sedili di auto come spettatori nelle poltroncine del cinema. La velocità e dinamicità di quei dialoghi così barocchi, quelle chiacchiere da bar così frivole e ben orchestrate per non essere mai noiose occupano il luogo della narrazione tanto da oscurare ed eliminare il fulcro narrativo della storia: la rapina.
La rapina ne “Le iene” non viene mostrata, ne sentiamo parlare, ma non la vediamo; in realtà abbiamo pochissime informazioni a riguardo: sappiamo che è in una gioielleria, sappiamo i ruoli della banda, sappiamo che l’obbiettivo sono dei diamanti e sappiamo che Mr Blond (Michael Madsen), subito dopo, ha scatenato una sparatoria. Non assistiamo neppure ai preparativi, l’unico momento in cui entriamo nel “backstage” è quando Joe bacchetta la banda perché passa tutto il tempo a ridere e scherzare, in effetti è l’unica cosa che vediamo fare ai personaggi nelle sequenze precedenti alla rapina. Questo perché il colpo, sebbene sia il motore scatenante degli eventi, è un aspetto marginale. Il colpo è un semplice pretesto per parlare del vero tema del film: l’attesa. “Le iene” è un film sull’attesa, gran parte della pellicola si svolge all’interno del deposito: uno spazio limbico, una specie di palcoscenico dove i protagonisti si interrogano e commentano quanto gli è appena accaduto. Nelle varie ricostruzioni della sparatoria da parte dei protagonisti ricorre il riferimento a Mezzogiorno di fuoco, un altro film dove il tema dell’attesa è centrale, ma se per Gary Cooper l’attesa aveva una scadenza (il mezzogiorno del titolo), per i nostri protagonisti il confine dell’attesa è molto più sfumato, non sanno se e quando Joe arriverà o se arriverà la polizia prima di lui, come fa notare al suo arrivo al deposito Mr Pink (Steve Buscemi), ma aspettano lo stesso, in sospeso tra galera e libertà – tra la vita e la morte nel caso di Mr Orange (Tim Roth) – in una dimensione atemporale dove gli anni dai Cinquanta ai Novanta sembrano esistere sullo stesso piano esistenziale senza però connotarsi distintamente (se escludiamo il programma radiofonico “Supersound degli anni settanta”).
L’impostazione del film è paragonabile a quella storiella della borsa verde –non a caso il primo brano che sentiamo è “Little green bag”, commento musicale ai titoli di testa – ripassata e studiata da Mr Orange fino alla nausea.
Infarcita di dettagli apparentemente inutili, chiacchiere e intercalata da parolacce, la storia della borsa verde (o del cesso, per seguire il nome che le viene dato dall’autore) è come un frattale dell’intero film.
Proprio come il resto della pellicola, questo racconto è un’orgia di facezie, quisquilie e orpelli narrativi. Un’esaltazione del superfluo così ben congegnata e ben raccontata da generare addirittura il flashback impossibile di questa vicenda mai accaduta eppure così chiara e limpida nella mente di Mr Orange da rendercela visibile. Il personaggio di Roth diventa così il regista della sua storia e alter-ego di Tarantino, che, come lui, prende uno scheletro narrativo non originale e lo fa suo, personalizzandolo con dettagli espressivi, ritmandolo e rendendolo accattivante per i suoi referenti.
Insomma “Le iene” di Tarantino è il frutto di una regia consapevole e originale, che guarda al passato filmico (e mediale più in generale) per tirarne fuori un prodotto ironico e riflessivo al tempo stesso, che diverte lo spettatore medio e al contempo riesce a stimolare quello più impegnato ed esperto; che trova la sua originalità nella rielaborazione di materiali saldamente radicati nell’imprinting culturale collettivo. Un film che chiede come Oscar Wilde di togliergli tutto ma non il superfluo.

 

Giustino De Blasio


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