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Letteratura

Le muse si ribellano: memorie – quelle vere – della geisha Mineko Iwasaki

staff
12 febbraio 2012


Eccolo, inafferrabile, affascinate, misterioso: l’incanto del Sol Levante e delle sue donne.
A fine ‘800 Claude Monet ritraeva sua moglie ne “La Japanoise”. Quasi trent’anni dopo, andava in scena “Madama Butterfly” di Giacomo Puccini. Facciamo ora un salto di un secolo: era il 1997 quando il giornalista Arthur Golden riscoprì il mito, squarciando definitivamente il velo che ancora difendeva il lontano “mondo del fiore e del salice”. Il suo romanzo, “Memorie di una geisha”, fu subito accolto da un enorme favore di critica e pubblico, per poi essere adattato al grande schermo da Rob Marshall nel 2005.
E così, grazie ad un sapiente taglia e cuci di verità e fiction, la complessità di una delle figure femminili per eccellenza – la geisha – venne banalizzata ad un erotismo arcano quanto esotico, ridotta ad una prostituta d’élite.
Per fortuna questo leggendario universo non smette di stregare il lettore occidentale: è così che, a fare luce sul mistero nipponico, ci pensa Newton & Compton con “Storia proibita di una geisha”.
Dopo parecchi anni dalla pubblicazione in Inghilterra e Usa, arriva anche in Italia l’autobiografia di Mineko Iwasaki, una tra le più note geishe di tutti i tempi, la “principessa di ghiaccio” che seppe incantare il Mondo, per poi lasciarlo attonito, quando decise di ritirarsi all’apice della sua carriera, a 29 anni.
Proprio per screditare l’immagine data da Golden – denunciato per diffamazione e violazione di contratto, dopo aver pubblicamente citato la Iwasaki come sua fonte di ispirazione – Mineko ci fa scoprire, attraverso i suoi occhi e le sue emozioni l’isola segreta delle okiya e delle ochaya (le case di geishe e le sale da the).
Ci spiega come a soli 4 anni abbia scelto di farsi adottare da Madame Oima per poi diventare erede dell’okiya Iwasaki; di come abbia affrontato con dedizione ogni insegnamento che le veniva impartito; di come la danza l’abbia aiutata a superare i periodi più bui della sua vita. Apre il sipario sulla complicata tradizione del trucco e dell’abbigliamento delle geiko (termine dialettale di Kyoto che indica la geisha): tutti i kimono e gli obi – ci spiega – sono capi unici, delle vere e proprie opere, e come tali vengono custoditi.
Con una narrazione estremamente scorrevole ci racconta delle esibizioni teatrali di danza con ventaglio, dell’intrattenimento raffinato del rituale del the, della giocosa sofisticatezza delle serate mondane, accompagnata da clienti facoltosi provenienti da ogni parte del Globo – suoi ospiti, tra gli altri, Aldo Gucci, Elia Kazan, il principe Carlo e la regina Elisabetta.
Ma quell’angolo dorato che celebra una perfezione quasi inquietante è anche lo scenario di intrighi, rivalità, invidie e frustrazioni. Una società unicamente femminile, chiusa agli uomini, piena di tabù sul corpo e sulla fisicità: impensabile dunque – a discapito di quanto ci era stato propinato dal romanzo di Golden – una confusione tra la figura della geisha, l’intrattenitrice, la maestra d’arti, e quella della oiran, la prostituta d’alto bordo.
Per immergersi in un mondo altro, fluttuante ed evanescente, che all’occhio occidentale è rimasto celato per secoli.

 

Virginia Grassi


“Storia proibita di una geisha” di Mineko Iwasaki, con Rande Brown, Newton Compton editori, traduzione di Alessandra Mulas, pp. 320.


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