L’ebola avanza

Davide Alessandro Giannattasio Fanigliulo
21 ottobre 2014

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È da più di un anno che l’ebola avanza inesorabile, ma solo ora ci rendiamo davvero conto della sua gravità. Ora che la paura è diventata palpabile a causa del primo caso certo di contagio in territorio Eu, i telegiornali cominciano ad interessarsi maggiormente. A Madrid un’infermiera è stata contagiata mentre curava un missionario che aveva contratto il virus in Sierra Leone. Fortunatamente le sue condizioni sono migliorate, e la donna sembrerebbe guarita. Anche ka dottoressa norvegese contagiata durante una missione umanitaria è ora guarita e fuori pericolo. Un altro uomo è stato recentemente trasportato a Barcellona per sospetto caso di Ebola, ma ad ora ancora non si hanno notizie certe. In Spagna dall’Aprile scorso ci sono stati 28 casi sospetti, dei quali solo due hanno necessitato l’attivazione del protocollo di sicurezza.

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Sino ad oggi sono circa 3500 i morti di Ebola 2014 accertati, di cui i maggiori focolai in Sierra Leone, Guinea, Liberia, Senegal e Nigeria. Non è stato ancora creato un vero e proprio antidoto (per questo, si potrebbe dover attendere il 2016), tuttavia l’Organizzazione Mondiale della Sanità (l’Oms) ha optato per un vaccino prodotto dall’azienda italiana Okairos, sviluppatrice del brevetto. L’azienda produrrà per Dicembre 10.000 dosi per la sperimentazione umana in territorio africano voluta da Washington dopo il primo caso accertato di contagio Ebola 2014 negli gli U.S.A.

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L’ebola 2014 suscita l’interesse non solo di dottori, scienziati e politici, ma anche di artisti. André Carrilho, illustratore e vignettista ha voluto rappresentare con un’immagine di sua creazione, la disparità con la quale vengono trattati i vari casi di contagio nel mondo. L’immagine, apparsa ad Agosto sul New York Times, il New Yorker, Vanity Fair e altre riviste, illustra come i casi di contagio vengano maggiormente valorizzati se avvenuti in Europa, piuttosto che in Africa. L’epidemia ha toccato un particolare nervo dell’artista che afferma: “Le persone nel continente africano sono più considerate come una statistica astratta di un paziente negli Stati Uniti o in Europa,” ha detto. “Quante storie individuali sappiamo di qualsiasi paziente africano? Nessuna. Essi vengono trattati come una folla indistinguibile.” E a conferma del suo pensiero è il fatto che gli americani han cominciato ad avere davvero paura dopo il caso di Thomas E. Duncan, il paziente di Dallas contagiato in Africa e ora in osservazione negli U.S.A.