Sport

LeBron basket e leggenda, Cleveland regina Nba

Riccardo Signori
20 giugno 2016

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Ci sono storie e ci sono leggende. Quella di LeBron James entra nella leggenda. Nulla a che fare con Muhammad Alì, ma qualcosa che somigli a quella del profeta in patria. Finalmente la riesumiamo ai giorni nostri. LeBron ha portato Cleveland al primo titolo della sua storia nel basket Nba. Aveva promesso di tornare per vincere, ha dovuto attendere ma ce l’ha fatta. Da tramandare ai libri del ricordo la rimonta sulle sette partite che assegnano il titolo americano. Nessuna squadra, in 33 anni, era mai riuscita nell’impresa di vincere rimontando da 1-3 nella finale. LeBron James è il simbolo, l’anima di una impresa, il cavaliere dal bianco cavallo che ha portato i Cav all’impresa contro i Golden State Warriors. Guerrieri gli uni di nome e di fatto, cavalieri di una lunga attesa gli altri.

 Finale esaltante, strappata al nuovo fenomeno americano, Steph Curry, e alla squadra, Golden State, che aveva lasciato il segno.  Ma LeBron è più grande e più match winner: è la magia che, con una tripla da tre punti, toglie l’ansia e manda gli avversari nello sprofondo. Poi ci sono gli altri. Per esempio Kyrie Irving, che ha realizzato la tripla decisiva del match che i Cleveland Cavaliers  (nome perfetto per Lancillotto James) hanno vinto 93-89. LeBron ha chiuso la partita con il titolo di miglior giocatore, terzo in carriera, regalando alla finale 27 punti, 11 rimbalzi e 11 assist.

Sfida nella sfida quella con Curry, che sarà un fenomeno ma non lo è ancora abbastanza per scalzare LeBron. Il segno del comando è toccato a James, quando ha inchiodato un pallone al tabellone con una stoppata sul punteggio di 89 pari, prima di lascare a Irving la tripla decisiva.

Lebron ha pianto, ha pianto anche Curry, lo sport e la sua epica spesso confondono i personaggi e gli stati d’animo.

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La Oracle Arena dei Golden State più di una volta è rimasta ammutolita dalle prodezze dei Cav, lo scontro ha regalato momenti deflagranti di energia e tensione, bellezza agonistica e brividi umani. La partita è stata un match, LeBron l’ha chiusa con l’ultimo tiro libero, ha rischiato di rovinarsi un polso a dieci secondi dalla fine, ma lo sport aveva deciso di strizzar l’occhio al suo figliol prodigo, la grande stella tornata a Cleveland per essere Re.

Un Re che nessuna altra storia ha conosciuto, un peso massimo di 203 centimetri e 113 chili, venuto dai bassifondi di Akron nell’Ohio, ma che oggi è uno degli sportivi più pagati al mondo, il primo uomo di colore ad apparire sulla copertina di Vogue, uno dei migliori spot viventi per le aziende sponsor, un papà che si porta la figlia alla conferenza stampa della sua più grande impresa sportiva. Nella carriera ha conquistato e demolito record di punti, infranto barriere di successo, in questa fase finale ha segnato per due volte 41 punti, le triple realizzate i gara 7 lo mettono sul podio dei più grandi di sempre.

LeBron aveva lasciato Cleveland per andare a conquistare titoli a Miami, aveva scosso il cuore e l’animo dei suoi tifosi con una decisione che provocò polemiche. L’amore tifoso non conosce limiti in un senso e nell’altro. Poi è tornato perché voleva quel titolo Nba proprio con Cleveland, la squadra davvero del cuore (invece dalla parte del portafoglio ora c’è un biennale da 23 milioni a stagione!), si è preso la maglia numero 23 che usò alla High School e nella prima storia con i Cavaliers. Ha offerto le mani preziose, e la sua capacità di essere uomo squadra, per realizzare l’impresa di una vita agonistica. E Cleveland, la città soprannominata The mistake on the lake, ha sradicato la sua maledizione: dagli anni cinquanta non vinceva più titoli nello sport. Ora il verso della storia è cambiato, racchiuso nella manone di LeBron, il cavaliere che si è fatto leggenda: battendo una leggenda.


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