Letteratura

Letteratura ritrovata: l’ultimo romanzo postumo di Irène Némirovsky

staff
22 aprile 2012

Un’autrice per troppi anni dimenticata e un tesoro di scritti da (ri)scoprire. Una vita intensa e un tragico epilogo, che però non è romanzo ma Storia.
Questi, i prodigiosi ingredienti che fanno di Irène Némirovsky una delle autrici attualmente più amate e tradotte. La potenza di una scrittura limpida e disincantata risorta dall’oblio, da quando sette anni fa la milanese Adelphi ha inaugurato la pubblicazione italiana delle sue opere – ma per correttezza di cronaca va segnalato che alcune erano già state proposte da La Giuntina e da Feltrinelli. Consolidata poi dallo svelamento progressivo delle complesse vicende biografiche che hanno fatto della Némirovsky un personaggio suggestivo ed estremamente discusso. Dall’infanzia segnata dal rapporto tormentato con la madre, agli anni dorati a Parigi, dall’occupazione nazista al tragico distacco dalle figlie, per arrivare poi alla morte, il 17 agosto 1942 ad Auschwitz., la sua vita è stata narrata da Olivier Philipponnat e Patrick Lienhardt (“La vita di Irène Némirovsky”, Adelphi), e filtrata dalla biografia sentimentale redatta dalla figlia Élisabeth Gille (“Mirador. Irène Némirovsky, mia madre”, Fazi).
Arriva ora nelle librerie italiane, grazie all’accurato lavoro filologico della studiosa Teresa M. Lussone, l’ultimo romanzo postumo dell’autrice.
Scritto tra il ’41/’42 e pubblicato solo nel 1957, “I falò dell’autunno” mette in scena temi e motivi che da sempre sono il cuore pulsante della produzione dell’autrice: fili rossi che si riannodano, quali, ad esempio, l’inesorabile crollo dei valori nella società moderna, le ambizioni di una borghesia sempre arrivista e ipnotizzata dal denaro, ma anche il rapporto tra genitori e figli, e la ricerca della propria umanità – e soprattutto di quella altrui – attraverso l’amore.
Il timido Bernard Jacquelain, fanciullo intrepido e coraggioso agli occhi della dolcissima Therese, viene trasformato dalla Grande Guerra in uno sciacallo calcolatore e disincantato. Irriconoscibile: la guerra genera mostri, così anche il denaro. La mediocre dissolutezza di Bernard raggiunge l’apoteosi in quella grande fiera che è l’alta società del dopoguerra, con i suoi banchieri affaccendati e i politicanti corrotti, con i salotti scintillanti e le amanti ingioiellate. Unico spiraglio di redenzione nel torbido groviglio degli intrallazzi parigini, l’amore disarmante di Tehrese – il Bene, la Moglie, la Madre, la Speranza.
Uno sguardo affilato e asciutto, quello della Némirovsky, capace di immortalare la caduta delle grandi illusioni del suo tempo, di scrutare a fondo l’animo umano, e soprattutto di smascherarne bassezze e ipocrisie.

Virginia Grassi


“I falò dell’autunno” di Irène Némirovsky, Adelphi, traduzione di Laura Frausin Guarino, pp 238.


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