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L’Europa, questa sconosciuta: intervista a Lara Comi

staff
19 febbraio 2012

Tutti parliamo di Comunità Europea, ma più ne parliamo più ci accorgiamo di non conoscerla. A questo proposito il nostro magazine giovane e dinamico, aperto agli stimoli ed alle novità, vuole dedicare periodicamente una finestra che parli dell’Europa, per aiutarvi a conoscere le sue regole, le sue leggi, le sue battaglie. Perché pochi sanno che molte  delle leggi che il nostro Parlamento approva sono state dettate e approvate anni prima a Bruxelles. Il nostro sarà un percorso comune, da cui voi lettori attenti e puntuali potrete attingere informazioni e capire le funzioni specifiche di questa Istituzione sconosciuta e… apparentemente tanto distante da tutti noi. Una finestra bipartisan, un percorso comune con l’intervento di Onorevoli che al Parlamento Europeo stanno lavorando con impegno per portare un contributo concreto a questa Istituzione.

 

In linea con la nostra redazione la scelta per inaugurare questo percorso non poteva ricadere che sull’Onorevole Lara Comi, la più giovane parlamentare europea del Pdl-Ppe. Una donna di 28 anni, seria, impegnata, intelligente, puntuale, sempre molto preparata; la cosa che più colpisce incontrando l’Onorevole Comi è la cortesia semplice e diretta nel proporsi e nell’ascoltare. E’ efficiente e determinata con quegli occhi azzurri, limpidi che catturano sempre l’attenzione.

 

Mi racconta Onorevole com’è arrivata alla Politica?
«Sono nata a Garbagnate Milanese 28 anni fa e vivo a Saronno. Una laurea in Economia e Management delle Imprese presso l’Università Cattolica di Milano e una specializzazione presso l’Università Bocconi in Management dei Mercati Internazionali e delle Nuove Tecnologie. Prima di essere eletta ho lavorato presso la Giochi Preziosi come Brand Manager, poi l’elezione nel 2009 al Parlamento Europeo per il Popolo della Libertà nella circoscrizione Italia Nord Occidentale con 63.158 preferenze, la terza eletta della lista. Attualmente sono membro della commissione per il Mercato interno e la protezione dei consumatori (Imco) e della commissione Industria, ricerca ed energia. Il mio percorso politico è iniziato a diciannove anni come portavoce di Forza Italia Saronno; mantenendo costante l’attività sul territorio, ho collaborato con il ministro Maria Stella Gelmini e nel 2005 ho ricoperto la carica di Coordinatore dei giovani di Forza Italia Lombardia. Oggi sono vice coordinatore del Pdl lombardo. Devo molto al presidente Silvio Berlusconi, che ha creduto in me, come la base e molti vertici del partito. Si parla sovente di giovani, ma a loro va concessa la fiducia, oltre che l’opportunità, che devono essere restituite attraverso un lavoro serio, costante e dei risultati concreti. Nessuno sconto, dunque. Per tutti vale il merito nel quale credo tanto quanto nella militanza e coerenza: principi fondamentali per la selezione della classe politica».

 

Che cosa la appassiona della politica e soprattutto in quella Europea?

«Lo scopo della politica è l’essere al servizio dei cittadini, dando risposte concrete ai loro bisogni. Oggi dobbiamo recuperare autorevolezza e fiducia aumentando la capacità d’ascolto degli associati per ricercare insieme soluzioni innovative, realistiche, percorribili; dall’altro facendo rete territoriale per svolgere un’azione propulsiva verso il bene comune, verso il conseguimento di un fine che valga la pena per tutti. Il ruolo della politica è essenziale; l’ha riproposto lo stesso cardinale Bagnasco quando ha ricordato la necessità di regolare la finanza e il moloch della speculazione. Mai come oggi il cuore della politica è l’Europa: chi è cittadino di uno Stato membro è anche un cittadino dell’Unione europea. Egli ricava dal diritto europeo anche diritti civili, politici, economici e sociali: le decisioni prese a Bruxelles o a Strasburgo hanno effetti a cascata sul territorio, spesso ce ne dimentichiamo. Al Parlamento europeo non si avverte quella conflittualità così aspra tra le coalizioni che c’è invece in Italia, perché viene prima la tutela degli interessi del nostro Paese, cercando di armonizzarli con una dinamica europea».

 

Che cos’ è il Mercato unico?
«E’ uno strumento di leva formidabile per la crescita dell’area Ue che ha 500 milioni di consumatori e ventidue milioni d’imprese. Il Premier Monti collaborò inizialmente alla stesura del dossier sul Single Market Act al quale deve essere data piena attuazione e implementazione. Lo stesso Cameron ha affermato: “Il mercato unico in Europa è una risorsa unica, se coeso; concorrenziale è la condizione per cui l’Europa torni a crescere”. Per fare questo occorre dare piena implementazione a quel piano che prevede, tra l’altro, accesso agevole ai finanziamenti per le piccole e medie imprese, tutela dei brevetti, riconoscimento delle qualifiche professionali dei lavoratori, maggiore mobilità, creazione di un mercato digitale e meno burocrazia. Il commissario Barnier ha indicato tre o quattro punti di crescita che si possono ottenere a medio termine dando piena attuazione al mercato unico con una serie di provvedimenti. Questa è la sfida prossima e futura che dobbiamo continuare a perseguire».

 

Qual è il ruolo della Commissione Imco?
«La Commissione è competente per il coordinamento a livello comunitario della legislazione nazionale nel settore del mercato interno e per l’Unione doganale. In particolare tratta la libera circolazione delle merci, compresa l’armonizzazione delle norme tecniche, diritto di stabilimento, libera prestazione dei servizi, salvo che nel settore finanziario e in quello postale. Quindi si occupa delle misure volte all’individuazione e all’eliminazione di potenziali ostacoli al funzionamento del mercato interno, alla promozione e tutela degli interessi economici dei consumatori, eccettuate le questioni concernenti la sanità pubblica e la sicurezza alimentare, nel contesto dell’instaurazione del mercato interno».

 

La legge riguardante il Made in Italy si è arenata? Perché? Verrà mai approvata?
«Tutt’altro! Oggi finalmente disponiamo di un regolamento, approvato all’Europarlamento e dal Consiglio e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale europea, che punta sulla tracciabilità del prodotto a 360 gradi, come contrasto alla contraffazione e tutela del Made in Italy. Al regolamento è stata allegata una dichiarazione congiunta del Parlamento europeo e del Consiglio che invitano la Commissione ad adottare l’uso delle nuove tecnologie contro le indicazioni fraudolente. La Commissione dovrà ora realizzare entro il 2013 (ma il vicepresidente Antonio Tajani ha promesso entro il 2012) uno studio di fattibilità sui metodi di tracciabilità. L’etichetta elettronica, che io stessa ho proposto in commissione Imco, ne è un esempio, si sta sperimentando anche al Centro di Ricerca di Ispra Varese. Si tratta sostanzialmente di un microchip che costerebbe poco al cliente e potrebbe essere inserito all’interno dei prodotti più svariati, non solo vestiti ma anche giocattoli e racchiuderebbe tutte le informazioni necessarie alla tutela del produttore e dell’acquirente. Con uno speciale lettore, a disposizione dei clienti, si potrebbero avere subito informazioni utili su provenienza, materiali e coloranti usati durante la produzione o il confezionamento, anche e non solo a tutela del consumatore che ha specifiche patologie. Il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, ha rilevato che “debellando abusivismo e contraffazione, la nostra economia registrerebbe un incremento di valore aggiunto tra i diciotto e i venticinque miliardi di euro”. In dieci anni il traffico di prodotti contraffatti ha fatto perdere alle imprese 270 mila posti di lavoro a livello mondiale, 123 mila in Europa».

 

La Piccola e Media Impresa trova l’Europa molto distante dalle sue problematiche, le leggi sono farraginose, la burocrazia è alle stelle. Cosa si può fare per migliorare questo tipo di approccio?
«L’Ue, in realtà guarda sempre più alle Pmi per rilanciare la crescita. Come dimostra l’ottavo programma quadro della ricerca (80 miliardi di budget), che ha accolto i suggerimenti della commissione Imco, di cui sono membro, nel testare nuove forme di finanziamento come i voucher per l’innovazione a livello europeo che le imprese potranno spendere in centri di ricerca accreditati. A favore delle Pmi c’è poi la proposta della Commissione europea di anticipare di un anno, dal marzo 2013 al marzo 2012, l’entrata in vigore della direttiva contro i ritardi nei pagamenti. Solo in Italia si stima che siano settanta i miliardi di crediti vantati dalle imprese nei confronti della pubblica amministrazione. Penso poi ai benefici dello Statuto delle imprese, approvato grazie al governo Berlusconi lo scorso 3 novembre, che ha recepito lo Small Business Act, un provvedimento che garantisce più rapidità nei pagamenti, meno burocrazia e maggiori semplificazioni per le gare di appalto».

 

Cina, India e anche gli USA agiscono come sistema “paese”; come potrà l’Europa così divisa competere in questa sfida globale? Ci sono delle possibilità di miglioramento o rimaniamo in un’Europa degli egoismi nazionali?
«L’Europa deve trasformarsi in un’unione politica e fiscale se vuole competere e ragionare con un’unica testa e non con ventisette. Detto questo l’Italia, che ne fa parte, deve allargare gli orizzonti, aprirsi ai mercati internazionali, quali quelli asiatici: Cina, Russia – entrata recentemente nel Wto -, e Corea. L’Italian Style è considerato con attenzione. Noi dobbiamo portare, proprio in quei Paesi, i nostri prodotti».

 

Quali mezzi pensate di porre in atto per migliorare questo tipo di approccio?
«La Commissione europea ha deciso di intervenire con una vera e propria strategia che punta sull’internazionalizzazione come fattore di sviluppo. Nell’Unione europea oggi ci sono ventitré milioni di piccole e medie imprese. Tuttavia, solo il 13% di queste aziende lavora fuori dai confini Ue. La strategia prevede una decina di grandi iniziative a sostegno delle Pmi europee, tra cui la creazione di un desk-Pmi in ogni rappresentanza dell’Unione. Tra le altre misure, la proposta prevede incentivi per la creazione di consorzi export, un aumento dei fondi per la collaborazione transfrontaliera tra imprese, il finanziamento della formazione di manager specializzati in internazionalizzazione e l’apertura di nuovi centri in alcuni mercati strategici, come America latina, Asia e Nord Africa».

 

Qual è la normativa riguardante i prodotti extra UE?
«Il settore tessile-moda ha risentito dei processi di globalizzazione comuni un po’ a tutti gli altri settori (abbassamento dei dazi e aumento delle quantità scambiate). Tuttavia, fra il tessile e molti altri settori merceologici c’è una differenza enorme: l’abbigliamento è una necessità primaria degli esseri umani, quindi dappertutto ci sono delle lavorazioni tradizionali di prodotti tessili, mentre, ad esempio, la siderurgia e la metalmeccanica sono molto più recenti e fin dalla loro nascita si sono sviluppate in alcuni luoghi e i prodotti sono stati trasportati altrove. Questo complica la situazione: i Paesi in via di sviluppo rischiavano di avere un vantaggio commerciale dovuto ai prezzi più bassi, per una qualità delle materie prime e della lavorazione non sempre comparabile. Per questa ragione il settore tessile è stato soggetto, nel corso degli ultimi decenni, a diversi accordi commerciali (accordo Multifibre, Sistema generalizzato delle preferenze, ecc.). Al momento, per una malintesa apertura commerciale, gli obblighi per i prodotti provenienti dai Paesi extra Ue sono piuttosto blandi, purché rispettino dei requisiti di base per quanto riguarda salute e sicurezza dei consumatori».

 

Ma la politica commerciale da chi viene gestita?
«La politica commerciale comune è stata uno dei primi obiettivi dell’Unione Europea, fin da quando non aveva ancora questo nome ma si chiamava “Comunità Europea”. Dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona questa denominazione non si usa più, ma la politica commerciale resta una competenza europea e non più degli Stati membri. Su di essa decidono insieme le istituzioni europee (in particolare Commissione, Consiglio e Parlamento). Gli Stati membri, in base ai trattati oggi in vigore, hanno due soli poteri riguardo alla politica commerciale: cercare di influenzare le decisioni in sede di Consiglio, dove si riuniscono i Capi di Stato e di Governo dei ventisette Paesi dell’Ue, o i ministri competenti per una determinata materia, e ratificare le direttive, vale a dire trasformare una direttiva europea in legge della Repubblica italiana».

 

Nel corso dell’anno quali saranno le nuove battaglie legislative che vedranno protagoniste le PMI?
«Direi innanzitutto il nuovo regolamento sulla standardizzazione cioè la proposta di regolamento, di cui sono relatrice e che mira a determinare le regole secondo cui vengono prodotti gli standard nei diversi settori industriali. La normalizzazione europea rappresenta uno strumento molto efficace per il rilancio del mercato europeo, a sostegno del tessuto industriale, soprattutto delle Pmi. Migliorare e semplificare il quadro giuridico di elaborazione degli standard europei e garantire la piena compatibilità dei prodotti significa offrire un forte stimolo alle nostre imprese e, in generale, al mercato, contribuendo anche all’armonizzazione di quei settori che sono già pronti per essere armonizzati. Da qui a maggio, quando dovrebbe andare in plenaria il progetto, si apre una fase molto importate di vero confronto politico. La proposta della Commissione Europea ha rappresentato un’ottima base di lavoro. I miei emendamenti mirano a raggiungere diversi obiettivi tra cui migliorare la partecipazione delle parti interessate con il coinvolgimento in primis delle Pmi, che potranno partecipare gratuitamente alla stesura delle norme».

 

Per disincentivare la delocalizzazione e aprire il mercato ai giovani l’Ue chiede più flessibilità attraverso quali strumenti?
«Il testo della lettera della Bce inviata al governo in agosto chiedeva un’accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti. Ora il pacchetto welfare è nelle mani del ministro Fornero. Sul lavoro, la missiva a firma Trichet e Draghi, sottolineava “l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi a livello d’impresa”. Il governo Berlusconi si era mosso lungo quel solco dando più forza al territorio, consentendo una contrattazione in deroga ai contratti nazionali. Dal vertice di Bruxelles del 30 gennaio è emersa poi la volontà di favorire l’occupazione giovanile con un migliore utilizzo dei fondi Ue non spesi. Si tratta di circa ottantadue miliardi entro il 2013 di cui otto destinati all’Italia».

 

Quali sono le problematiche che la vedono impegnata nei prossimi mesi?
«Al momento sono molto impegnata con la standardizzazione. Ma faccio il possibile per non essere lontana dai problemi del mio territorio: sto lavorando per i miei conterranei che subiscono discriminazioni quando vanno a lavorare in Svizzera, sto cercando una soluzione ai problemi dei proprietari di stabilimenti balneari italiani, che nel 2015 rischiano di vedersi scadere irrevocabilmente una licenza per la quale hanno preso impegni ben oltre quella data, e tanto altro».

 

Intervista curata da Emanuela Beretta