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Limoges, il mondo della ceramica come non lo avete mai visto

Carla Diamanti
7 dicembre 2017

Hélène mi chiede di entrare a occhi chiusi. Sono arrivata fin qui, a tre ore da Parigi, seguendo il suo invito e il suo fiuto per l’arte. Non ho motivo di dubitare: chiudo gli occhi ed entro.

Fuori fa freddo, è una giornata grigia, di quelle che all’improvviso ti ricordano che l’estate è finita. Quando apro gli occhi sono in una stanza anonima, dove lascio giacca e borsa. Mi seguono la penna e il blocco perché sono pronta a farmi trasportare nel sogno di Hélène, ma voglio poterlo fermare sulla carta. O almeno appuntarmi le emozioni.

Il viaggio comincia fra polveri bianche di varia consistenza. Sono quelle con cui si prepara l’impasto e da cui nasceranno i capolavori che sto per vedere. “La ceramica si declina in cinque modi” mi dice Hélène. Quello che sta per aprirmi è il mondo più esclusivo, più bello, più raffinato, più desiderato. Non oggi, non qui, non da noi. Da secoli, ovunque, da donne e uomini che fecero di tutto pur di scoprire il segreto degli oggetti che arrivavano dall’Oriente estremo e che avevano una consistenza speciale, una luce meravigliosa, una brillantezza inimitabile e una trasparenza indescrivibile. Il segreto si chiamava caolino, come il nome (leggermente storpiato da pronunce e trascrizioni) della montagna della Cina da cui si estraeva quel materiale con cui si producevano quegli oggetti unici, così diversi da tutti gli altri: Kaoling. E così il modo più bello, più raffinato e più elegante di dire ceramica è quello che scopro qui: porcellana. Anche questo nome sembra che arrivi da una storpiatura. Dell’italiano, questa volta. O di qualche lingua popolare da cui qualcuno vorrebbe che il termine abbia avuto origine, unendo due parole che fanno riferimento alla scrofa e al suo utero.

Dunque, la porcellana. Nasce da queste polveri mescolate con acqua e diventa in poco tempo l’oggetto più desiderato a corte. Lavorata e poi disposta in sagome bianche anch’esse, ma che hanno una vita breve. Matrici e ventri di oggetti che poi vengono cotti, rifiniti, colorati, dipinti. Che finiscono sulle tavole più esclusive del mondo – a volta in versione classica, a volte futuristica – o che diventano vasi, oggetti di arredamento, teiere. Eccoli lì, uno accanto all’altro su lunghe assi di legno. Bianchi come i formaggi lasciati a stagionare. Sagome già riconoscibili e affascinanti eppure ancora all’inizio del loro viaggio.

  • Phoebe Cummings_The Delusion of Grandeur. MAD, New York ®Ed Watkins courtesy MAD Museum

  • Alice Couttoupes, Eponymic Emperalism, Untitled#2 ®Alice Couttoupes

  • Alice Couttoupes, Eponymic Emperalism, Untitled#5 ®Alice Couttoupes

  • Dirk Staschke, Soliloquy 3 (front) ®Dirk Staschke

  • oan Bankemper, Five Sisters following the Sun ®Joan Bankemper

  • Joan Bankemper, Jardin du Roi ®Joan Bankemper

  • Matt Wedel, Flower tree ®courtesy L.A. Louver, Venice, CA, U.S.A.

Hélène racconta fasi e aneddoti, proiettandomi in un universo sconosciuto. Che fortuna entrarci in sua compagnia! Di cognome fa Huret e di mestiere dirige la Fondation Bernardaud, costola culturale della maison che firma capolavori nati dalla terra. Quando mi porta nell’ultima sala, quella che mi aveva chiesto di attraversare a occhi chiusi, capisco la sua richiesta.

Quaggiù, al termine del percorso fra la perizia e la storia della porcellana e della casa, dopo centinaia di modelli, decori, colori, lo spazio è occupato da artisti internazionali a cui Hélène ogni anno lancia una prestigiosa sfida. Utilizzare materie prime e strumenti della ceramica, seguire un tema che lei sceglie anno dopo anno, lasciare andare la fantasia e creare opere uniche. Il risultato è straordinario. Un carosello di idee arrivate da 17 artisti internazionali far cui anche due italiani, Bertozzi&Casoni. Ecco le creazioni dell’australiana Alice Couttoupes che ricordano foglie cristallizzate dal gelo, ecco le esplosioni fantastiche di Joan Bankemper a metà fra kitsch e mondo di Alice nel Paese delle meraviglie. Ecco i divertissements di Dirk Staschke che crea quadri che assomigliano a scene di teatro e che hanno contenuto, tema e cornici fatti di ceramica. Ecco l’opera effimera che Phoebe Cummings ha dovuto realizzare sul post e che non potrà spostare perché toccandola si distrugge (e infatti durerà soltanto per il tempo della mostra). Ecco i cactus stilizzati dell’israeliana Zemer Peled e quelli più veraci di Matt Wedel. Sono solo alcune delle opere di C’est le Bouquet! la sfida di quest’anno: è possibile liberare fiori e ceramica dal cliché in cui le arti decorative li hanno imprigionati per secoli?

In attesa di vedere cosa potrà generare il futuro (nel 2018 gli artisti saranno chiamati a prodursi sul tema della ceramica in 3D), non lasciamoci sfuggire il presente. C’est le Bouquet! vale un viaggio (non a caso molte delle opere realizzate per Hélène Huret sono state esposte al V&A Museum di Londra, al MUC di New York, al Musée des Arts Décoratifs di Parigi e in altre prestigiose sedi in giro per il mondo).

 

C’est le Bouquet!
Fino al 24 febbraio 2018
Fondation Bernardaud
27, avenue Albert-Thomas, Limoges

 


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