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Interviste

L’India nel sangue: intervista a Emanuela Plano, fondatrice di Pyari onlus

Virginia Francesca Grassi
6 giugno 2013

Una storia come questa pensereste di poterla leggere solo in un romanzo: parla di radici lontane, viaggi, incontri, condivisione, solidarietà. Eppure è una storia vera, quella di Emanuela Plano che, dopo aver avventurosamente scoperto le sue origini indiane, nel 2007 ha fondato Pyari Onlus, ONG che opera nelle zone più disagiate dell’India in favore di bambini e bambine vittime di abusi.
Pyari, che in hindi vuole dire “l’amata”, solo quest’anno ha accolto più di 600 bambini, liberato più di 70 schiavi e restituito alle loro famiglie più di 40 piccoli perduti.

Come nasce Pyari onlus?
Pyari nasce dalla ricerca delle mie radici familiari: anni fa trovai un carteggio datato 1946 all’interno del quale era nascosto un segreto. Leggendo scoprii infatti che mia nonna aveva una sorella di cui nessuno sapeva. Durante il colonialismo il mio bisnonno scozzese aveva sposato un’indiana ed erano nate due bambine; mia nonna Dalim venne portata in Europa, ma l’altra bambina, Pyari, venne abbandonata in India perché incinta al di fuori del matrimonio.
Potete immaginare la mia confusione, la mia sorpresa, le domande… In quel momento non ho capito più nulla: ho abbandonato tutto e sono partita da sola, seguendo le tracce di quelle lettere scoperte nel fondo di un cassetto.

Che cosa ha trovato al termine di questo viaggio?
Alla fine della mia ricerca, che è durata diversi anni, ho scoperto di avere due cugine. Ma soprattutto ho scoperto l’India, quella più autentica, quella più tradizionale, ma ahimè anche quella più povera e disagiata.
Credo che sia stato il richiamo del sangue a guidarmi: la mia storia è cominciata con una bambina abbandonata e in un certo senso è come se fosse tornata al punto di partenza. In Italia ho infatti deciso di fondare una onlus che si occupasse di tutela dell’infanzia.
In India i bambini di strada sono una vera emergenza sociale: solo in Bengala se ne contano più di 50 mila! Sono orfani o scappati di casa, vivono per le strade e nelle stazioni organizzandosi in bande, raccogliendo immondizia, rubando, mendicando, spesso prostituendosi. E diventano vittime di ogni genere di abusi e violenze, soprattutto le bambine.

Voi come li aiutate?
Ci coordiniamo su quattro progetti, tutti volti ad offrire sostegno e protezione a bambini di strada e giovani donne: l’istruzione scolastica e l’educazione sanitaria in particolare sono i mezzi attraverso cui reinserirsi nella società, raggiungere l’autonomia e avere un futuro.
Noi abbiamo scelto di operare in West Bengal, nella zona di frontiera di Siliguri, tra le più disagiate dell’India e punto nevralgico di transito e di traffico infantile, abuso e vendita di bambini. Il nostro è un progetto sociale, ideato per educare la comunità al rispetto dell’infanzia e finalizzato non solo ad opere sostenibili ma anche durevoli nel tempo. Per questo ci appoggiamo ad un partner locale e a personale autoctono (medici, infermiere, insegnanti, educatori), che sono fondamentali per superare tutti gli ostacoli culturali e soprattutto linguistici con cui dobbiamo giornalmente scontrarci – è vero io so un po’ di hindi, ma se si pensa che in India sono più di 30 le lingue parlate e più di 2.000 i dialetti…

Quali sono i vostri progetti?
Il Progetto di Protezione del Bambino di Strada opera nella zone di transito di Siliguri e nel Distretto del Darjeeling. Cerchiamo di entrare in contatto con i bambini in difficoltà, con la loro realtà, forniamo loro cure mediche e li aiutiamo a superare i problemi. Quando è possibile, poi, cerchiamo di ricongiungerli con le famiglie d’origine.
La Casa Rifugio per Bambine, a Siliguri, è l’unica struttura nel Distretto in grado di accogliere giovani, dai 2 ai 18 anni, vittime di abuso e schiavitù. Forniamo loro accoglienza, assistenza medica e psicologica, anche attraverso attività ricreative e al contempo terapeutiche, quali la musica, il teatro, il disegno; garantiamo loro un’istruzione e la possibilità di imparare un lavoro.
Sempre a Siliguri abbiamo fondato un Centro medico-sanitario che fornisce servizi medico sanitari gratuiti grazie alla presenza di un medico, una ginecologa e due operatori sanitari. Questo ambulatorio mobile effettua visite mediche settimanali nei villaggi delle piantagioni di tè del Darjeeling, fornisce medicine gratuite e vaccinazioni. Inoltre organizziamo corsi informativi su igiene, salute, trasmissione di HIV e malattie infettive. Negli ultimi sei mesi sono stati più di 50 i checkup camp e più di 2.500 le persone curate.
Infine c’è il Progetto Model Village, nella piantagione di tè di Shikarpur, in cui lavorano soprattutto donne e bambini adivasi. É un programma di sviluppo sostenibile dei villaggi in cui abitano i raccoglitori di tè: cerchiamo di migliorare la qualità della vita delle famiglie facilitando l’accesso ai servizi governativi, sviluppando strutture scolastiche e igienico-sanitarie, combattendo contro la schiavitù e l’abuso.

Negli ultimi anni lei ha promosso numerose iniziative sul territorio milanese per raccogliere fondi: hai scritto un libro in cui ha raccolto le sue incredibili esperienze di vita, “Pyari, ritorno a casa”, ha organizzato “La festa nel bosco”, giornata dedicata alle famiglie e al contatto con la natura, e poi sono state diverse le mostre fotografiche e le aste in favore di Pyari, a cui hanno partecipato artisti del calibro di Elliott Erwitt, Gianni Berengo Gardin, Andrea Micheli, Ferdinando Scianna e Steve McCurry. Quali sono i vostri progetti futuri?
Tantissimi e tutti in fase di realizzazione. In particolare abbiamo da poco inaugurato un progetto a cui tengo particolarmente: Adotta un bambino lavoratore e di strada, che ha una durata di due anni per un totale di 240 euro. Sono solo 10 euro al mese, ma possono davvero fare la differenza: serviranno a reintegrare i nostri bambini nella società, a fornire loro cure mediche, un’adeguata istruzione e le necessarie attività di svago per una crescita sana ed equilibrata.

Per concludere ci regala un ricordo indiano?
Vi regalo quello che è divenuto l’incipit del mio libro, “Pyari, ritorno a casa”: è da qui che è cominciato tutto. Mentre camminavo per le vie polverose di Kolkata mi si è avvicinata una bambina. Era uno scricciolo, incrostato di terra, di sporco e di stracci. Si è aggrappata alle mie ginocchia piagnucolando “One rupee, one rupee please”.
É stato lì che ho capito. Non potevo ignorare, non potevo semplicemente andare oltre. Ho pensato: “Non posso togliermi di dosso lo sguardo di quella bambina. Non posso più vivere l’India solo per me stessa. Lei ha bisogno di una casa, quella bambina ha bisogno di un rifugio, i bambini di strada hanno bisogno di tutto. L’India mi ha dato tanto, forse è il momento di saldare il conto.”

Intervista curata da Virginia Grassi

Le immagini valgono più di mille parole: il filmato di Pyari

Per aiutare Pyari vi invitiamo a visitare il sito www.pyarionlus.org oppure scrivete a info@pyarionlus.org

Credits: Andrea Micheli


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