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L’Italia dei miracoli, segna e non sogna

Riccardo Signori
18 giugno 2016
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Eder

Era dall’anno di grazia 2000 che l’Italia del pallone non vinceva le prime due partite di un torneo, si trattasse di europei o mondiali. Allora furono Europei e l’Italia arrivò alla finale, persa, con la Francia. Buon auspicio? Chissà. Altro auspicio? Eder che segna, ma questo entra nella miracolistica, e soprattutto ricorda, a tanti, uno dei famosi gol di Roberto Baggio. Eder come Baggio? Un altro dei miracoli del pallone. Soprattutto quando si sogna.
Ecco già spiegato qualcuno dei segreti di questa Italia, arrivata con buon anticipo agli ottavi del campionato europeo. In questo suo cammino sono già accaduti un paio di miracoli calcistici. Giaccherinho che inventa un gol come nei filmati d’epoca, neppur fosse un Garrincha. Senza dimenticare il fantastico invito di Bonucci che ha ricalcato formule care a Beckenbauer, Rivera e Pirlo, ovvero lanci millimetrici per mandare in gol un compagno. Eppoi questa rete di Eder che, a parte le comparazioni con Baggio, riporta alla luce un giocatore che pareva aver smarrito qualità e virtù del goleador. Ora tutti dicono: merito di Conte, ci ha creduto sempre. E qui finiscono i miracoli, ma comincia lo stellone. Se Eder non avesse imbroccato quel viale di alberi svedesi, appena piantati nel terreno, cosa avremmo detto? Anzi quale domanda avremmo proposto? Eccovela: perché Conte continua a farlo giocare e non prova le altre punte? La risposta del ct sarebbe stata immediata e scontata: perché Eder gioca come piace a me. Ovvero fa il portaborracce. In altri termini: il cavallo da soma per assecondare il gioco della squadra. Quindi il gol ha salvato tutti, ma soprattutto evitato critiche al ct che ora si prende gli elogi.
Onestà vorrebbe si dicesse, invece, che Conte ha sbagliato a insistere con Eder e a non provare un altro attaccante che potesse aiutare la squadra a trovare quanto prima la via del gol. Perché i gol sono la natura del pallone e servono per vincere le partite. Oggi l’Italia è qualificata grazie a tre gol e a nessuno incassato. I segreti stanno tutti qui, in quel misero, quasi scontato valore: tre reti segnate, zero subite. I cantori del commissario tecnico non riusciranno mai a capire questo piccolo dettaglio. Il ct cerca di dare il meglio, il suo impegno è garantito, ma talvolta incespica nei suoi limiti. Per esempio: quello di non saper cambiare spartito. La Svezia ha messo in difficoltà l’Italia sul piano fisico, strategicamente ha impedito di giocare agli azzurri, anzi li ha costretti alla retroguardia e lui non ha trovato rimedi nel variar di gioco, ha cercato solo di sostituire uomini più o meno affaticati durante la partita. Non una invenzione, non un mischiar di carte per far venire mal di testa agli stangoni di Svezia. Poi Eder si è intrufolato fra le gambe, come un topolino, e sono stati inni di gloria. Soprattutto da parte di chi guarda.

Roberto Baggio

E qui l’altro segreto di questa Italia: segna e non sogna, perché conosce i suoi limiti. Conte fa polemica, si toglie sassolini, cerca sempre il fuoco del nemico giornalistico per tenere tutti compatti e stretti, tutti concentrati nel combattere la battaglia degli uni contro tutti, ma evita alla sua Italia di sognare. Dice: passo dopo passo. Al massimo chiede al pubblico di vedere più maglie azzurre sulle tribune.
In realtà il tifoso nostrano è fatto così: finchè la squadra non si avvicina all’obbiettivo risparmia soldi e sta a casa. Se l’Italia viaggia, anche i tifosi si mettono in viaggio.
Abitudine dettata dalla prudenza e dai costi. Quindi con la Svezia abbiamo visto una marea gialla sulle tribune e un mare poco azzurro. Probabile che, se non dalla partita contro l’Irlanda ormai non decisiva, almeno dagli ottavi di finale vedremo tribune di un azzurro mare più confortante.
Detto dei due segreti: qualche miracolo e “segnare e non sognare”. Ecco il terzo, il più classico: la parola alla difesa. A dispetto di chi si riempie la bocca con la parola gioco, il caposaldo di questa squadra sta nel quartetto difensivo (Buffon compreso) che diventa un quintetto quando De Rossi si mette a far da schermo e gonfia il torace per far paura. Difesa ancora imbattuta, ma soprattutto capace di sostenersi a vicenda nei momenti difficili. Basta uno sguardo, una mossa dell’uno o dell’altro per capirsi. Qualche pecca esiste(la facilità nel farsi ammonire per falli anche veniali), ma quattro “maledetti e subito” sono l’arma in più del gruppo di Conte. Non lasciano respiro agli attaccanti e se, qualche volta, li hanno fatti passare si sono ritrovati con lo stellone per amico. Lo stellone resta, per qualunque squadra, un valore aggiunto. Basta usarlo e non abusarne, altrimenti alla lunga si paga il conto. E non c’è Conte che tenga.


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