Il mio punto di vista

L’Italia di Mariangela

Gabriella Magnoni Dompé
16 gennaio 2013

La scomparsa di una persona che ha incarnato – e a mio parere incarnerà sempre – il più autentico spirito di questa nostra Italia, non può che riempire di dolore tutti quelli che, come me, ne hanno seguito la carriera con ammirazione e rispetto. Questa perdita ci lascia tutti un po’ più soli.

Mariangela Melato rappresenta nella mia mente un salto nel tempo. Un tuffo della memoria a quegli anni spensierati della mia giovinezza trascorsi in Sardegna, in cui da ragazza ridevo insieme agli amici ricordando l’indimenticabile scambio di battute tra lei naufraga in una spiaggia molto simile a quelle in cui noi ci trovavamo e Giancarlo Giannini, splendido marinaio dall’aria un tantino “unfined”.
Una vera forza della natura, la regina del palcoscenico come del piccolo schermo. La corporatura minuta che “si faceva gigante” una volta in scena, lo sguardo intenso, i tratti spigolosi, la voce dal timbro così caratteristico (mi è sempre parso così jazz…), eppure in grado di assumere le mille sfumature che l’interpretazione di ogni ruolo richiedeva, il temperamento vivace e passionale, l’hanno resa padrona del cuore del pubblico. Con lei ci si commuoveva, ci si emozionava, ci si indignava, si sorrideva amaramente, si sghignazzava con gioia, insomma, ci si lasciava incantare, inesorabilmente rapiti dal suo talento impressionante.
Non era certo la bellezza classica che incarnava l’ideale estetico della nostra generazione, cresciuta ammirando modelle americane e tappeti rossi. Mariangela rappresentava l’eccezione, anzi la “stravaganza”. La “bruttina-bella” in cui tutte noi, incapaci di rapportarci agli archetipi di perfezione allora in voga, facevamo riferimento. Era la rivincita di noi ragazze normali, l’emblema del fatto che anche la non perfezione può avere più successo della perfezione stessa.

La sua bravura come attrice, versatile, duttile, capace di adattarsi ad ogni personaggio che le era richiesto interpretare, è stata quella che solo le grandi attrici possiedono. E infatti non parlo solamente delle prestigiose collaborazioni con i geni del cinema italiano – Visconti, Monicelli, De Sica –, delle opere teatrali più di spessore o dei film drammatici e impegnati – ad esempio, “L’Orlando Furioso” di Ronconi, una delle sue prime apparizioni, o “Per grazia ricevuta” di Nino Manfredi. Del resto, come dicevo prima, chi può mai dimenticare le risate nel vederla duettare con Giancarlo Giannini in “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’Agosto”? Quella storica erre moscia, rubata, come lei stessa ammise, alla sorella di Krizia, mi ha sempre riempita di allegria e di…autoironia!
Da Eschilo alla Commedia all’italiana, “la donna dalle sfide impossibili”, come l’ha definita durante le commemorazioni Emma Bonino, non può che essere un’icona, un modello di indipendenza femminile, coraggio, capacità di realizzazione personale.
Insomma, non solo un’attrice, una professionista, un’artista, ma anche e soprattutto una donna che non si è spezzata davanti alle difficoltà, alle scelte, ai dolori che la vita le ha messo davanti. Soprattutto una donna che a mio parere è stata in grado di personificare il proprio Paese con grazia, fascino, spirito e – non voglio stancarmi di ripeterlo – talento. Ci ha conquistati sempre, tutti, senza distinzioni tra ricchi e poveri, Nord e Sud. Proprio lei, la meneghina adottata da Roma, anima eletta del così irresistibilmente napoletano Renzo Arbore, proprio lei volata ad Hollywood, ma ritornata con orgoglio qui.

Però lo devo confessare, forse un po’ di amaro in bocca mi è rimasto. Leggendo l’intervista fatta da Gianni Mura per il periodico di Emergency, sono rimasta profondamente colpita dalle parole taglientissime con cui ha criticato la nostra città: “La Milano da bere è diventata la Milano da vomitare”. Perché?
Non mi piace pensarla disillusa, negativa, arrabbiata, nei confronti di un luogo così importante nel mio cuore, e che così tanto lei ha saputo amare. Io preferisco ricordarla così.

Gabriella Magnoni Dompé