L’Italia e la crisi: luce alla fine del tunnel o miraggio?

Davide Alessandro Giannattasio Fanigliulo
27 gennaio 2014

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Il capitalismo è un concetto piuttosto semplice da capire. Alla base c’è la produzione di un bene, la quale genera lavoro e crea ricchezza. Ci sono degli investitori che impiegano un determinato capitale al fine di produrre dei beni, dalla vendita dei quali si aspettano un profitto, il maggiore possibile. In questo sistema le imprese sono in competizione tra di loro all’interno del mercato globale e gli Stati competono per avere la maggior disponibilità possibile di risorse naturali da adibire alla produzione. Questa è solo un’infarinatura di come funziona realmente la società odierna, ma anche se spiegato in maniera più complessa, il concetto rimarrebbe comunque facile da capire.

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Un concetto semplice, eppure vi sono Paesi, come l’Italia, che entrano in crisi economica senza riuscire ad uscirne. Il nostro non è mai stato un “Paese locomotiva”, cioè uno di quegli Stati che escono per primi dalla crisi globale e che trascinano gli altri stati con sé grazie alla flessibilità e dinamicità della propria economia interna. Tuttavia, nonostante le posizioni più pessimistiche, l’Italia sembrerebbe destinata ad uscire dalla crisi anche solo grazie al fatto che gli altri Paesi intorno a noi crescono e quindi possono comprare i nostri beni. È triste, ma esclusi coloro che trasferiscono le proprie imprese all’estero, il nostro mercato si sta già evolvendo in questo senso.

Il PIL italiano è calato dell’8%, i consumi sono arretrati di 15 anni e gli occupati, dall’inizio della recessione ad oggi, sono diminuiti di 1,4 milioni.
Con questi dati alla mano la famosa ripresa economica, che da anni autorevoli politici e tecnici ci promettono, sembra più un miraggio che una concreta possibilità.

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E mentre il governo sembra rimanere inerme di fronte all’avanzamento della disoccupazione e della recessione economica e sociale, il Centro studi Confindustria avverte che l’Italia corre il rischio di azzerare i risultati ottenuti con il miracolo economico”. Il rapporto, inoltre, rimarca il fatto che le condizioni nelle quali oggi ci ritroviamo sono le dirette conseguenze delle scelte strutturali fatte 30-40 anni fa. Le stesse che hanno decretato la perdita di competitività dell’economia e del lavoro ed il peggioramento della burocrazia nel corso dei decenni.

Confindustria ripropone la “terapia d’urto” intrapresa a gennaio dell’anno scorso, volta a smuovere 316 miliardi di euro in cinque anni. Come?  Da un lato si deve puntare ad aumentare gli investimenti pubblici e privati (con tutte le conseguenze a livello di organizzazione e burocrazia); dall’altro aumentare la competitività (soprattutto nell’ambito manifatturiero), ad esempio abbassando dell’8% il costo del lavoro, detassando il salario ed eliminando la base imponibile Irap in cinque anni.

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Dal lato della domanda, invece, la proposta è di pagare una parte (48 miliardi in due anni) dei debiti che la Pubblica Amministrazione ha con privati e aziende, rafforzare gli investimenti in infrastrutture e ridurre l’Irpef sui redditi bassi.

Contemporaneamente tagliare del 5% la spesa corrente ed avviare delle riforme che agiscano nell’economia a medio termine e che comincino, dunque, a farsi sentire quando gli effetti della “terapia d’urto” iniziano ad affievolirsi.

Da questo piano ci si attende il calo del rapporto debito/PIL sotto il 104%, un aumento del 12,8% del PIL nei prossimi cinque anni e di 1,8 milioni di unità gli occupati. Ma come al solito tali risultati si possono ottenere solo con un governo stabile e competente. E non è forse questo il vero miraggio?

Davide Alessandro Giannattasio Fanigliulo