Cinema

Lo scandaloso (?) film di Lars Von Trier

Giorgio Raulli
4 aprile 2014

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Joe (Charlotte Gainsbourg) viene ritrovata malconcia da Selingman (Stellan Skarsgård) in un vicolo; la donna inizia a raccontargli le proprie esperienze sessuali, dall’infanzia fino all’età di cinquant’anni. Grazie all’insuperata tecnica del flashback possiamo seguire la giovane Joe (Stacy Martin), iniziata al sesso da Jerome (Shia LaBeouf), entrare in competizione con un’amica per chi ha più rapporti con uomini durante un viaggio in treno; il gioco sfugge completamente di mano, attraversando tempi e luoghi diversi, nonché numerosi partner. Questa è solo la prima parte, dalla durata di quasi due ore e mezza, del film diviso in due volumi. Prima di analizzare la complessità di Nymphomaniac dal punto di vista narrativo e cinematografico, bisogna sottolineare la forma di distribuzione che è stata studiata: la pellicola è stata infatti editata in due versioni, una di quattro ore (distribuita nelle sale italiane dalla Good Films in due parti, in uscita rispettivamente il 3 e il 24 aprile 2014) e una molto più esplicita, di oltre 5 ore, anch’essa divisa in due parti. Scelta operata con il benestare del regista Lars von Trier per poter andare incontro ad una maggiore diffusione del film rinunciando a molte inquadrature che sarebbero più proprie della pornografia.

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Questo Volume I è molto meno hard di quanto il trailer annunciasse, forse perché fin da subito tutta la sessualità viene ripresa con chiaro interesse analitico e realistico piuttosto che con un mero voyeurismo diretto a un banale richiamo del pubblico. Il sesso per Von Trier non ha mai simboleggiato la passione, bensì uno strumento per esprimere turbamenti profondi e, in Nymphomaniac, viene raccontato in modo crudo e clinico, volutamente poco sexy e molto “narrato”: il racconto della protagonista alla ricerca di una morale – tuttavia senza moralismi puritani – dà respiro soprattutto ai personaggi, al loro spessore e ai sentimenti che li spingono ad agire. Parti intime maschili e femminili, prima durante e dopo gli atti sessuali, non mancano di certo, ma risultano sempre funzionali alla presentazione della storia dei protagonisti. Il rapporto con la sessualità diviene così un pretesto per esplorare (o addirittura condannare) l’amore nella società moderna e la disperata ricerca di attenzione e approvazione.

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Interessante anche la chiara presa di posizione del regista sul suo diritto di fare un cinema che gli interessi nonostante le reazioni di critica e pubblico: nel film Joe e Selingman non sono altro che  un autore e il suo pubblico, lei racconta e lui ascolta cercando costantemente di interpretare la storia   mediante teorie quasi sempre sciocche. È come se Von Trier volesse dirci una volta per tutte che ha bisogno di fare film per poter esternare paure ed esprimere filosofie sul mondo che lo circonda. Com’era ovvio, Nymphomaniac, per il suo intento provocatorio e per la sua crudezza, non sarà certo un campione d’incassi, ma sicuramente, al momento giusto, verrà considerato un innovativo capolavoro. Da notare la magistrale prova di  Uma Thurman nel terzo episodio, intitolato “La signora H.”.

Giorgio Raulli


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