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London calling

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31 maggio 2012

Per la prima volta da quanto scrivo per Luuk Magazine questa settimana mi è stato chiesto di essere in linea con un argomento che tutti noi collaboratori del giornale dovremo toccare: Londra e il Giubileo di diamante della regina. Tutte le volte che ci si trova a dover sviscerare un tema “prestabilito”- e chi di voi non l’ha fatto anche in un compito in classe al liceo?- ci si trova a dover scegliere da quale angolazione partire. Io nel caso specifico, opto per la MIMESI che mi consentirà di rendervi partecipi del mio non saper da dove iniziare. La pagina bianca grida: “Londra” e io penso al Dicembre 2011, l’ultima volta che ci sono stata, a Kate Moss e per omonimia a Kate Middleton, alla regina, ai colori pastello, ai cappelli indossati ai matrimoni, ai collant strappati indossati dalle ragazzine (non chiedetemi perché!) alla bandiera, ad Enrico XIII e, tanto per unire sacro e profano, alla buon anima di Alexander McQueen e alla Pippa nazionale.
Oggi informavo mia cugina che avrei dovuto scrivere un pezzo sul “giubileo” e giustamente, lei non capiva a cosa mi riferissi. Poi ha aggiunto: “ah, i sessant’anni di regno della regina”. E sí, perché per noi cristiani cattolici credenti -anche se poco praticanti- il termine “giubileo” è strettamente religioso e lo accostiamo immediatamente alle immagini del Papa, più bello e splendente del solito nei suoi sacri paramenti milionari, e alla folla acclamante e urlante che invade Roma da ogni dove, non penseremmo mai alla regina piccola e ingioiellata nel suo abito giallo o celeste o verde acqua, perché tendiamo a dimenticare- e nel plurale mi includo io- che l’adorabile personcina in questione sia anche il capo della chiesa. Per me la cosa rimane fonte di riflessione e chi abbia qualche nozione di storia moderna capirà anche perché. Ma non siamo qui per affrontare tematiche tanto complesse, fatto sta che Elisabetta pare sia eterna. Pare scoppi di salute. Pare sia ancora più esigente di quanto non lo fosse in passato e pare abbia intenzione di mantenere le redini del comando ancora a lungo lasciando il povero Carlo a bocca asciutta. Ma lui non è l’unico della famiglia a dover sottostare al volere matriarcale: c’è anche suo marito, di cui spesso ci si dimentica anche il nome. Lui sembra quasi non godere di autonomia, sembra essere un’ estensione, un’ appendice della sovrana: il principe Filippo. Sí: lei regina, lui principe. Lei inglese, lui naturalizzato, lei sempre un passo avanti, lui sempre un passo indietro. Di quest’uomo non si sa mai nulla. Mai un gossip. Mai una notizia. Mai un’ indiscrezione. Eppure egli rappresenta uno del massimi esempi di abnegazione del ventesimo secolo, perché, alcuni di voi non lo sapranno, ma lui ha rinunciato ai suoi titoli regali greci e danesi per diventare marito della futura regina. Ha dovuto cambiare cognome, residenza e perfino religione per essere il consorte elisabettiano. E i suoi compiti sono quelli di “accompagnare” la sovrana nei suoi impegni ufficiali restando sempre in secondo piano. Alzasse virtualmente la mano chi di voi durante le riprese del matrimonio della Middleton in tv ha guardato Filippo, seduto in chiesa? E chi la regina? Io personalmente do  per scontato che ci fosse ma i miei occhi non si sono soffermati su di lui. E immagino che per voi sia lo stesso.
Gioite donne! Per la prima volta del principe non ci importa nulla, sarà stato anche romantico e pieno d’amore, avrà anche rinunciato alla sua vita in favore del totale asservimento a quella della moglie, ma a noi non importa. A noi piace pensare che, almeno una volta ogni tanto sia la donna a reggere le redini del comando, quindi non ci resta che dire: God save the Queen!

 

St.efania