Leggere insieme

L’Orso che non c’era

Marina Petruzio
9 aprile 2017

L’Orso che non c’era è un albo di edizioni e/o scritto da Oren Lavie, nella vita compositore, musicista e drammaturgo, e da Wolf Erlbruch, uno dei più importanti illustratori europei,  con all’attivo una decina di libri di cui è autore così come illustratore e una cinquantina di titoli solo illustrati.

 

Vincitore dell’Astrid Lindgren Memorial Award, uno dei più importanti premi assegnati ad autori e illustratori, un riconoscimento di eco mondiale per il loro lavoro svolto nell’ambito della letteratura per l’infanzia, è quest’anno proprio Wolf Erlbruch, pluripremiato autore e illustratore tedesco, selezionato tra 226 candidati da 60 Paesi.

Una delle azioni più difficili è scegliere: per parlare, ad appena due giorni dall’assegnazione del premio, di un autore che ami e del suo libro che ami o che hai amato di più. Sceglierne uno è escludere la bellezza che è negli altri. Quelli che, ad uno ad uno, prendi in mano, sfogli e che con commozione rivivi. Quelli che forse non erano proprio quello che andavi cercando e con mano, seppur esitante, allunghi sulla pila dall’altra parte già pensando si però…anche questo…ovvero quando il cuore si oppone a testa e mano.

Non è cosa che capita con tutti gli autori, illustratori, autori e illustratori – illustratori e autori – per fortuna, ma quando capita, come con Wolf Erlbruch, la scelta si prospetta lunga e difficile.

 

C’è un bosco e dove c’è un bosco c’è un orso. Sì, ma se quest’orso prima non c’era, c’è solo un bosco.

Oren Lavie credo ben conosca Ubu Re, manifesto del teatro dell’assurdo del movimento surrealista tardo ottocentesco, altrimenti non si spiegherebbero quei prima e quei dopo, quell’Avanti a cui tutti tendono, essendo arrivati da Dietro. Un Avanti che sta lontano, molto lontano d’aver bisogno di un Taxi-Tartaruga per arrivarci e ancora dove per arrivarci bisogna perdersi. E che scopri di esserci solo mangiucchiando un piccolo cespuglio che deve per forza aver sapore di Avanti.

Dietro, ma non così tanto dietro, i fiori, poi, son più bellissimi che 38…perché bellissimi non sarà un numero ma rende molto bene l’idea di cosa stava attorno a un albero.

L’Orso tanto tempo fa non era un orso, era un Prurito che più si grattava più cresceva e visto che la cosa lo divertiva da matti continuò a grattarsi sino a che non cominciò a ricoprirsi di pelliccia, e alla pelliccia spuntarono braccia e gambe e persino naso.

E fu così che piano piano il prurito cominciò ad assomigliare molto, anzi moltissimo, a un orso che però essendo stato un Prurito era un prima che non c’era. Laddove c’è un orso c’era un Prurito, laddove c’èra un Prurito c’è un Orso che prima non c’era!

Al testo assolutamente magico si accompagnano illustrazioni bucoliche di un orso particolarmente disposto a domandarsi della vita e di sé, ma totalmente incline alla felicità, alla risposta gioiosa e possibilista aperta all’universo mondo.

 

Seduti per terra, gambe incrociate ad osservare quell’intrico di rami, foglie, piccoli frutti. Alberi su fondo colorato. Sfalsati da lasciar lo spazio per camminarvi dentro. Le radici contorte. I giochi di sovrapposizioni che creano nuove texture, immagini fantasiose, ricami della fantasia. Erbe fiorite, punti di colore. Piani sovrapposti talvolta e talvolta sfalsati. Alberi in primo piano come quinte verdi. Queste le vecchie tappezzerie. Paesaggi bucolici dove, ben osservando, aguzzando la vista, poteva capitare di vedere apparire un orso. Un’orso che non c’era.

Un’orso che pensò: più guardo e meno so/se alberi crescono o no/quando non mi guardo intorno/per controllare cosa fa il mondo.

E così cominciare una passeggiata. Il sorriso un baffo rosso, l’occhio una riga in tondo marrone. Dentro, il cuore buono di un orso molto gentile, un orso felice. Un orso molto bello. E la felicità di esserci, di scoprire, di domandarsi, di osservare, di poter scrivere un pezzo di sé, di imparare attraversando il bosco. Con la gioia e la spensieratezza che dà il camminare fischiettando con un uccellino disegnato sulla testa. L’euforia del trovarsi in un campo di fiori e magari sdraiarvisi dentro e rotolarsi, oppure ballare solleticato da mille spighe, petali leggeri di fiori dai colori invitanti, da erbe odorose. Chiudere gli occhi in un baffo azzurro e acquoso e sentirsi felici.

Incontrare gli altri con fiducia e sè stessi trovandosi molto belli.

 

Collage, matita, acquarello, gesso, parole d’ordine: sperimentare, accostare, sovrapporre, un maestro nell’arte dell’illustrare che la giuria del premio ha definito un visionario attento e premuroso.

Un illustratore che sa raccontare ai bambini la morte dipingendola come un inno alla vita è sicuramente un illustratore molto gentile, un illustratore felice…un illustratore che prima non c’era!

 

 

L’Orso che non c’era
di Oren Lavie
illustrato da Wolf Erlbruch
tradotto dall’inglese da Silvia Manfredo
edito edizioni e/o
collana Il Baleno
euro 12
età di lettura per tutti


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