Cinema

L’ultimo canto della ghiandaia imitatrice

Giorgio Raulli
26 novembre 2015

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Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte II si pone proprio come un “secondo tempo” della pellicola precedente, entrambe tratte dal terzo romanzo (Il canto della rivolta) scritto da Suzanne Collins, e che costituisce la conclusione della trilogia Hunger Games (tetralogia, dunque, se parliamo dei film).

Il regista Francis Lawrence prosegue le vicende direttamente da dove erano state interrotte: dall’aggressione di Peeta (Josh Hutcherson) ai danni di Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence), deviato dal lavaggio del cervello del regime. Con l’intera Panem in guerra totale, Katniss capisce che l’unico modo per vendicarsi e per porre fine a tutta la rivoluzione è affrontare il Presidente Snow (Donald Sutherland) di persona, accompagnata da chi l’ha sempre sostenuta. Stretta tra i rivoluzionari di Alma Coin (Julianne Moore) e il regime di Capital City, Katniss intraprende una pericolosa missione per colpire Snow, che ormai la vede come una nemica personale.

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Da quasi 20 anni a questa parte, Hollywood sembra aver riscoperto la forza della narrativa orizzontale, della saga, della serialità filmica, e sicuramente è decisa a sfruttare ogni idea e storia possibile che apra a scenari di continuità. Hunger Games negli anni si è trasformato in un fenomeno di enorme successo, grazie alle idee narrative – buone e non piatte – partorite dalla penna della Collins, ma anche ad una messa in scena di un certo tipo, che nonostante certe spettacolarizzazioni degli effetti speciali (sempre più grandi e costosi rispetto al primo capitolo) ha avuto bisogno soprattutto di bravi attori.

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Un cast che fin dagli inizi ha visto la Lawrence emergere e affermare il suo talento, che spesso si esprime semplicemente con un suo sguardo, con il quale comunica un’intenzione e un’emozione sempre forti. Insieme a lei attori come Donald Sutherland, Julianne Moore, Woody Harrelson, Elizabeth Banks e il grande Philip Seymour Hoffman, morto purtroppo nel bel mezzo delle riprese, danno lustro ad un parterre di personaggi che hanno sempre qualcosa da dire.

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Quello che va senza dubbio riconosciuto alla serie di Hunger Games è che non è mai scivolata nella banalità (pur costeggiandola spesso), dimostrando di essere un prodotto di qualità e tutto sommato non superficiale. La tremenda impalcatura sociale descritta nella saga non è solo un modo di rievocare orrori storici del passato, ma è soprattutto un pretesto per raccontare la china pericolosa che la società contemporanea ha preso: quella dell’alienazione e della standardizzazione.

In questo scenario è una donna il motore propulsore del cambiamento: se la narrazione pone dunque al centro del racconto l’immagine di una realtà molto diversa rispetto a quella dipinta da una propaganda tendenziosa e fintamente buonista, è soprattutto il ruolo della figura femminile ad essere chiamato in causa. È infatti molto spiccata la contrapposizione tra quelle che sono le imposizioni sociali e la lotta, invece, per la propria indipendenza e autodeterminazione: Katniss combatte per essere padrona del suo apparire, oltre che del suo destino.

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Insomma, una conclusione che pone la giusta fine ad una storia che ha saputo conquistare nel tempo migliaia di fan. Ma come spesso accade al cinema, la scritta “The End” in coda al film non significa chiudere per sempre le porte del mondo rappresentato: parrebbe infatti che la Lionsgate stia seriamente valuntando la possibilità di sviluppare dei prequel o dei sequel del franchise.

Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte II è stato distribuito negli USA a partire dal 20 novembre, mentre nelle sale italiane è in programmazione dal giorno prima, giovedì 19.


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