Biennale di Venezia 2013 Cinema

L’uomo tra paure e coraggio nei primi film di Venezia

Giorgio Raulli
30 agosto 2013

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Con Gravity, la 70ª Mostra del cinema di Venezia è stata aperta con uno sguardo (3D) alla maestosità dell’universo, quasi a celebrare questo importante traguardo della Biennale. Il regista messicano Alfonso Cuarón lancia subito il suo pubblico nello spazio, coreografando in un lungo piano-sequenza una danza di immagini e di musiche che tanto ci riporta a 2001: Odissea nello spazio. L’ingegnere biomedico Ryan Stone (Sandra Bullock) e l’astronauta Matt Kowalsky (George Clooney) sono alle prese con una “passeggiata di routine”, quando la loro navicella viene distrutta e i due restano isolati nello spazio, perdendo poco a poco ossigeno e qualunque speranza. Il talento del regista non è mai stato un segreto, fin dal suo Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, ma in questa pellicola quello che non convince fino in fondo è l’eccessiva enfasi che permea la parte finale. Non un grave difetto tutto sommato, considerando la bella fotografia curata da Emmanuel Lubezki e la bravura dei due protagonisti, specialmente la Bullock, in un ruolo tutt’altro che facile.

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Giovedì 29 invece sono stati proiettati i primi film in concorso: Tracks (di John Curran), tratto dal libro biografico di Robyn Davidson (nel film interpretata da Mia Wasikowska), che nel ’77 ha attraversato il deserto australiano accompagnata solo da quattro cammelli e dal suo cane.

Prima pellicola italiana presentata in concorso è stata Via Castellana Bandiera di Emma Dante, un’artista teatrale di grande esperienza sul palcoscenico che approda per la prima volta al cinema con una storia paradossale, ma nemmeno poi tanto. Rosa e Clara (Emma Dante e Alba Rohrwacher), si perdono nelle strade di Palermo, finendo nella strettissima via Castellana Bandiera (cercatela in Street View). Quando anche un’altra macchina, guidata da Samira (Elena Cotta), arriva in senso contrario, né l’una né l’altra vogliono cedere il passo, in una estenuante lotta guidata da un’ostinazione quasi irrazionale, un’impasse dove tutti hanno la possibilità di superare la barriera, di sbrogliare la matassa e sentirsi finalmente liberi, ma nessuno lo fa.

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Nel pomeriggio di giovedì è stato inoltre proiettato in versione restaurata Il Salario della Paura (1977), uno dei film più maltrattati del maestro William Friedkin, celeberrimo per pellicole applauditissime come Il braccio violento della legge, L’esorcista e Vivere e morire a Los Angeles. Dopo la proiezione verrà consegnato al regista americano il Leone alla Carriera.

Oggi pomeriggio il buio della Sala Grande accoglierà prima Die Frau Des Polizisten (traducibile con “la moglie del poliziotto”), dramma tedesco diretto da Philip Gröning che esplora la tragicità di un’apparenza felice in una giovane famiglia, dove Christine (Alexandra Finder) subisce violenze dal marito Uwe (David Zimmerschied). A seguire David Gordon Green ci presenta Joe: un ex-detenuto (Nicolas Cage), che si sta impegnando a non ricadere nel vortice della violenza e della criminalità, incontra un ragazzino in difficoltà (Tye Sheridan) che finalmente spinge il protagonista a smettere di sottrarsi furbescamente ai problemi e a scegliere altre strade.

Giorgio Raulli


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