Arte

M. F. Husain: il Picasso indiano

Luca Siniscalco
8 giugno 2013

Tale definizione è stata coniata dalla rivista “Forbes”, che nel 2006 ha voluto esprimere con un audace paragone  il valore artistico di una delle figure indiane più discusse degli ultimi anni.
Il legame non è certo casuale: Husain mostra nelle proprie opere una attenta ricezione degli stilemi dell’artista spagnolo, con il quale peraltro era stato invitato nel 1971 alla Biennale di San Paolo del Brasile. Per comprendere tuttavia il portato autentico dell’arte di Maqbool Fida Husain, meglio conosciuto col nome di “MF Husain”, bisogna inserire l’autore nel contesto culturale di provenienza. L’India è stata per l’artista terra natia, amata e fonte di immensi stimoli e suggestioni, ma anche luogo di scontri, ostilità e incomprensioni.

Nato nel 1915, Husain si iscrisse all’età di vent’anni alla Sir J.J. School of Art. Ottenne notorietà a partire dagfli anni ’40, per entrare a far parte, nel 1947, del Modernismo Indiano, legato alla figura di Francis Newton Souza. Tale corrente artistica avanguardista contestava i dettami dell’affermata e tradizionalista Bengal School of Art. Husain ottenne numerosi riconoscimenti, fra tutti il  Premio Shree e il Premio Padma Bhushan. Artista poliedrico, nel 1967 realizzò il film “Trough the eyes of a painter”, che risultò vincitore del celeberrimo premio Orso d’oro (per cortometraggi) al Festival internazionale del cinema di Berlino.
La sua produzione artistica, ricca di riferimenti a divinità del pantheon induista, gli procurò ben presto controversie legali e ostilità religiose. Husain, di religione musulmana, si servì infatti ampiamente di iconografie tratte dalla tradizione hindu per creare rielaborazioni in stile cubista di tematiche indiane, spesso proposte nella raffigurazione di divinità nude o in atteggiamenti e pose non ortodosse. Accusato di perversione e blasfemia, Husain subì numerose denunce e ricevette gravi intimidazioni da parte di esponenti di gruppi induisti fondamentalisti. Benchè l’artista sia emerso indenne da ogni constrasto, è divenuto un caso esemplare delle contrapposizioni generatesi nella modernità indiana dalla conflittualità sussistente fra la secolarizzazione laicista e la religiosità fondamentalista.

Ritiratosi in un auto-esilio fra Londra e il Qatar, Husain assurse in Occidente a simbolo di libero artista perseguitato da superstizione e fanatismo. Una verità, questa, indiscutibile ma soltanto parziale. L’ambiguità di un intellettuale desideroso di stupire, anche a prezzo di scandalo e dissidi, suggerisce di trattare con rispetto il punto di vista di molti induisti, offesi nel proprio sentimento religioso e interrogantisi sulle ragioni della apparentemente univoca scelta tematica di Husain: perchè, cioè non trattare, in nome della medesima libertà artistica, anche soggetti musulmani? Ai posteri l’ardua sentenza.
Husain, morto nel 2011 alla veneranda età di 95 anni, rimane un personaggio d’eccezione del panorama artistico internazionale. Elegantissimo, amava però camminare scalzo. Le sue opere hanno raggiunto quotazioni record sul mercato mondiale. Nel 2008 la New York Christie’s ha battuto a 1,6 milioni di dollari un dipinto dell’artista ispirato a un episodio dell’epopea religiosa induista, “La battaglia di Ganga e Jamuna”(1972), divenuto la più costosa opera d’arte contemporanea indiana.

Luca Siniscalco


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