Cinema

“Manhattan” (1979) di Woody Allen

staff
10 febbraio 2012


“Capitolo primo. Adorava New York, la idolatrava smisuratamente…ma no, è meglio: la mitizzava smisuratamente…”
Così si apre “Manhattan”, forse il più significativo lungometraggio nella filmografia di Woody Allen.

Grazie a questa evocativa, ma al tempo stesso ironica sequenza introduttiva, accompagnata dalle note di Rhapsody in Blue di George Gershwin, emergono chiari i tòpoi che in seguito diventeranno le vere e proprie marche stilistiche del regista, le costanti della sua opera: l’amore spassionato e viscerale per NY, l’incertezza nevrotica dei suoi personaggi, ma soprattutto l’impronta letteraria che Allen dà a tutti i suoi film, senza trascurare l’onnipresente sottofondo jazz.

Isaac Davis (Woody Allen) ha quarant’anni, una fidanzata di diciotto, due divorzi sulle spalle, una ex moglie lesbica (Meryl Streep), un figlio che vive con lei e la sua compagna e un lavoro da autore televisivo che lo frustra e dal quale vorrebbe evadere, usando come passaporto il suo primo romanzo.

Come se la sua vita non fosse già abbastanza complicata, Isaac si innamora dell’amante del suo migliore amico (Diane Keaton). Lo svilupparsi di questo intricato rovo di relazioni interpersonali lo porterà al limite della sopportazione con una serie di risvolti tragicomici tipici dello stile alleniano.
“Manhattan” è un film spartiacque che segna il passaggio definitivo (Iniziato con “Io e Annie” del 1977) dalle pellicole prettamente comiche (come “Che fai, rubi?”,”Il dittatore dello stato libero di Bananas”o”Il dormiglione”) alle commedie agrodolci che sono ormai diventate il genere per eccellenza del regista newyorkese.
Ben più di una semplice commedia romantica, “Manhattan” è la dichiarazione d’amore di un uomo per la sua città.

Per quanto importante sia il triangolo (anzi più propriamente il pentagono) sentimentale tra i vari protagonisti, non bisogna trascurare il ruolo della città: la vera protagonista del film, che di fatto gli dà il nome. Da un certo punto di vista la trama è soltanto un pretesto per dare corpo (anzi pellicola) ad un’elegia audio visuale a quella che (con cognizione di causa) è stata definita la Parigi del ventesimo secolo.

Verrebbe da notare che ultimamente Allen sembra aver abbandonato la sua amata città, ma lo spirito della Grande Mela non lo ha di certo lasciato, come emerge chiaramente anche nei film della sua trasferta europea. Dopotutto, per citare il prologo del film, “New York era la sua città e lo sarebbe sempre stata”.

 


Giustino De Blasio


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