Letteratura

Marrakech si colora nello sguardo di una bambina

staff
25 settembre 2011


Risale al 1992 il romanzo d’esordio di Esther Freud, con in quale la scrittrice si guadagnò nel 1993 l’inserimento nella classifica stilata dal magazine “Granta” dei venti migliori giovani romanzieri inglesi.
“Marrakech”, a metà strada tra romanzo autobiografico e racconto di viaggio, quasi anche di formazione, uscirà anche nelle librerie italiane il prossimo 29 settembre per le edizioni Voland, che dell’autrice (pronipote del celebre Sigmund) hanno già pubblicato il successo “Innamoramenti”.
Il titolo originale, “Hideous kinky”, in italiano suona come “schifosa porcheria”. Si tratta del ritornello preferito, un po’ buffo mantra e un po’ formula magica, della protagonista del romanzo e di sua sorella, entrambe bambine e portate con sé dalla madre single e hippie in un viaggio da Londra al Marocco. I labirinti di Marrakech fanno da sfondo alle giornate ricche di incontri e di emozioni delle tre protagoniste femminili, unite da uno straordinario legame affettivo eppure attratte da richiami diversi.
La piccola protagonista, la cui voce narrante stende una patina di colore e magia sugli eventi che racconta, osserva stupita le atmosfere e i volti marocchini, ascolta parole in una lingua affascinante e sconosciuta trasformandole in dolci canzoni senza senso. Sua sorella Bea, di pochi anni più grande, sembra capire meglio della piccola quello che le circonda, affacciandosi sulla soglia di un mondo adulto che alla narratrice (e quindi anche al lettore, che da lei dipende) è precluso e da cui può solo essere immaginato e interpretato con fantasia. Bea è entusiasta che le sia permesso di andare a scuola, desidera tornare in Inghilterra, spadroneggia con infantile perfidia sulla sorellina. Infine la madre: emotiva ma forte, in cerca di sé stessa, o della propria spiritualità, finisce per trovare a Marrakech l’amore e una figura paterna per le proprie figlie.
Ciò che più stupisce è la capacità della scrittrice di aver creato un romanzo delicato ma allo stesso tempo spudorato: nulla viene taciuto, nessuna esperienza grottesca o magari riprovevole. Bastano gli occhi di una bambina a fare da schermo alla realtà e a trasformarla in qualcosa di più colorato, di più morbido, di più semplice e meno minaccioso. Quella di Esther Freud è di conseguenza una Marrakech resa ancora più esotica; è una città in cui perdersi mentre ci si perde nel tempo e nei ricordi d’infanzia.

 

Maria Stella Gariboldi


“Marrakech” di Esther Freud, Voland, traduzione di Monica Pesetti, pp. 207.


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