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Maurizio Manca: la storia in un bijou

Emanuela Beretta
22 febbraio 2016

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Una storia di famiglia, quella di Bozart, il marchio di accessori e bijoux di lusso che nasce nel 1956 dall’estro creativo di Lucio ed Emy Manca. Nel 1960 aprono la prima boutique a Milano, nel corso degli anni’70 si impongono sul mercato per la “Body Jewellery” e creano gioielli per le più importanti case di moda, come ad esempio Lancetti e Balestra. Negli anni ’80, per primi realizzano collane con strass, resina e metallo, stravolgendo quelli che erano i dettami della classica gioielleria. Oggi il figlio Maurizio porta avanti la tradizione di famiglia e apre un nuovo e splendido punto vendita a Milano, in via Goldoni 24.

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Lei è entrato giovanissimo nell’azienda di famiglia: è stata una scelta?
Sì. Quando i miei genitori nel 1985 mi chiesero di rilevare e proseguire l’attività, io acconsentii, affascinato dalla profondità e complessità di questo mestiere, che implica il confronto con un linguaggio molto antico ed entusiasmante. Quindi, un po’ per la curiosità, un po’ per continuare un’esperienza imprenditoriale trentennale della mia famiglia, ho deciso di rilevare l’impresa dal resto dei miei familiari  e iniziare un’attività autonoma, con la storia di un  marchio alle spalle. Rilevare Bozart ha significato anche ereditare e mantenere la sua visione della donna, incentrata su una femminilità non fine a se stessa, ma di relazione: si tratta di un meccanismo di seduzione che entra in rapporto con l’altro, da esprimere attraverso un linguaggio. Da qui nasce il prodotto Bozart: un bijou che parla sempre della donna che lo indossa.

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Quanto conta la creatività per uno stilista?
La capacità creativa dipende dall’esperienza personale e dalla competenza tecnica. La capacità tecnica è come una lente attraverso la quale la passione creativa consente di immaginare una nuova visione del futuro. Il grande stilista non si limita a rielaborare temi del presente o del passato, ma deve saper vedere oltre per poter pensare un nuovo stile, e quindi un nuovo linguaggio, scegliendo ed intrecciando sapientemente i fili del passato e del presente per tessere la trama del futuro.
La disposizione e le dimensioni delle nostre perle, ad esempio, prendono spunto da schemi e proporzioni derivanti dalla metrica latina, cioè una successione di accenti e sillabe. Se applichiamo i medesimi schemi a un colore, una dimensione, un’alternanza di pezzi che si susseguono con un ritmo, costruiamo un filo di perle come se costruissimo un verso poetico, quindi un discorso. È il modo in cui sono organizzati i materiali ad esprimere un determinato linguaggio. Questo per dire che noi siamo liberi di fare cose nuove, ma anche la creatività ha dei vincoli di comprensione.

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Come imprenditore, cosa la rende più fiero?
Pur essendo il nostro un mercato ristretto, ho incontrato sempre dei  bravi artigiani. Essere artigiano è una condizione unica. Una celeberrima massima recita: “Colui che lavora con la testa è un professionista, colui che lavora con la mano è un operaio, colui che lavora con il cuore è un artista; colui che lavora con la mano, la testa e il cuore è un artigiano”. Dunque, progettista, esecutore e appassionato insieme, padrone di più competenze.
Contribuire a mantenere questo sistema mi rende fiero. Attraverso 10 artigiani italiani posso avere un prodotto con delle caratteristiche, mentre per ottenere lo stesso risultato in Cina, avrei bisogno di 10 fabbriche. Io porto le mie competenze, un prodotto innovativo, dove l’innovazione sta nel processo di prodotto sperimentato esclusivamente  in Italia.

Quindi, ha ancora un senso la produzione tutta Made in Italy?
Sì, in Italia ci sono piccole realtà che conoscono bene il loro mestiere, sono aperte a legarsi con altre ed entrare in un processo produttivo flessibile, dove il designer assegna all’artigiano delle mansioni in base alle sue abilità. Insieme questi pezzi concorrono a formare un prodotto di eccellenza che solo l’artigianato italiano, con le sue competenze, può ottenere.

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La produzione delle vostre borse come si lega alla tradizione del gioiello?
Noi abbiamo sempre prodotto pochette da sera, trasferendo la tecnologia del bijou anche nel campo delle borse. Costruiamo i nostri prodotti con una filosofia precisa e abbiamo scommesso su questo processo perché se alcune donne portano bijoux, tutte portano la borsa.

Cosa vorrebbe suggerire alle istituzioni che spesso dimenticano l’importanza delle piccole medie imprese?
Oggi si prospettano alle aziende essenzialmente due scenari: uno dove stiamo andando a grandi passi e dove grosse aziende necessitano di mercati aperti, ma hanno bisogno di un sistema Stato  uniforme e uniformante con cui interloquire.
In alternativa, le istituzioni devono impostare delle politiche mirate alla diffusione – e non alla concentrazione – di capitale. Tanti artigiani, infatti, hanno chiuso perché non potevano affrontare investimenti: secondo le nuove regole di Basilea, le banche finanziano coloro che hanno capitali immobilizzati, ma in Italia sono pochissimi.
Le istituzioni dovrebbero applicare i criteri del Made in Italy anche per la ricostruzione dello Stato. Il Made in Italy è bellezza e competenza, dove bellezza sta per proporzioni, equilibrio, attenzione al rapporto tra il tutto e le singole parti, in un’unione armonica dello Stato nei suoi pezzi.

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C’è un direttore creativo in azienda?
Il direttore creativo sono io, grazie all’esperienza che mi accompagna nella realizzazione e nella concezione del prodotto. Quello che mi piace di più è stare in officina, dialogare con i fornitori, risolvere i problemi. Voglio essere un homo faber, perché è rilassante lavorare e godersi quella soddisfazione un po’ primordiale per ciò che si  crea e produce, in sintesi il saper fare.

Cosa la rende fiero della sua azienda?
La stima delle clienti e la consapevolezza di  partecipare a un grande mondo come quello della moda, questo crea molta soddisfazione, unitamente al continuo lavoro per migliorare la qualità del nostro prodotto e la solidità della nostra azienda.


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