Cinema

Melancholia: l’apocalisse secondo Lars von Trier

staff
18 novembre 2011


La fine del mondo è prossima: il pianeta Melancholia si sta avvicinando alla Terra e, nonostante le ottimistiche previsioni del mondo della scienza, è destinato a scontrarvisi. Con “Melancholia” Lars von Trier ci invita ad assistere all’apocalisse attraverso la storia di due sorelle, Justine (Kirsten Dunst, vincitrice per questo ruolo del “Prix d’interprétation féminine” a Cannes) e Claire (Charlotte Gainsbourg).
Il regista dipinge la pellicola come una tela surrealista, attingendo ai problemi della propria vita come fossero colori di una tavolozza. Il preludio, incubo sontuoso accompagnato dall’ouverture del dramma wagneriano “Tristan und Isolde”, regala indimenticabili minuti di puro trionfo estetico attraverso tableaux vivents in ralenti, tele surrealiste riportate in vita, apocalittici presagi dell’incombente disastro naturale che, come Leitmotive wagneriani, ritroveremo nei due successivi capitoli. La pellicola è impreziosita da immagini plastiche e di grande impatto visivo: un dechirichiano giardino, una novella Ofelia che pare uscita da un quadro di Millais, lo scontro di due pianeti e, infine, tre figure impettite davanti a una villa, presentazione delle dramatis personae di questo dramma da camera fantascientifico.
Come il gemello “Antichrist”, precedente fatica del regista danese, anche “Melancholia” è composto da due atti. Il primo è dedicato al matrimonio di Justine, promettente copywriter, costretta a nascondere la propria depressione dietro la facciata della mogliettina borghese. Nel secondo atto Claire decide di farsi carico della sorella, abbandonata dal marito e in balìa della malattia. Il precario equilibrio della famiglia viene però sconvolto dall’avvicinarsi di Melancholia: Claire teme che la Terra sia in pericolo e si prepara istericamente all’apocalisse.
Lars von Trier trasfigura attraverso malinconia e fantascienza il dramma “Le serve” di Jean Genet, destreggiandosi tra dolly e reminiscenze del suo vecchio Dogma, utilizzando la macchina a mano per sottolineare l’instabilità psichica di Justine. Ed è proprio la sorella malata che, quasi fosse un’eroina tragica, diventa l’unica latrice di verità: Justine conosce e abbraccia consapevolmente il destino che attende il genere umano accettando serenamente l’approssimarsi di Melancholia e, simbolicamente, la propria depressione.
Un gioiello cinematografico di grande impatto visivo, animato da sublimi personaggi femminili e arricchito da una regia preziosa. “Melancholia” è forse il film che Wagner avrebbe realizzato se avesse conosciuto il cinema.

 

Federica Banfi


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